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l’ellera

Sulla sinistra un giovane cappuccino parla, o meglio, scherza con un vecchio musulmano dalla barba bianca e lunga.

Sulla piazza davanti alla basilica della Natività di Betlemme c’è posto per parcheggiare. L’aria punge un poco ma non è fredda veramente, sono io lievemente influenzato. Alcuni ragazzi e famiglie stanno sulle panchine a chiacchierare mangiando granturco arrosto. Dall’altro lato della piazza, proprio di fronte al complesso cristiano c’è una moschea con davanti due palme fatte di luminarie. Al fianco della moschea sale una stradina da centro storico, decido di percorrerla. I girarrosti sulla destra girano a tutto “spiedo”, poco più su un ragazzo seduto mi invita in italiano, spagnolo e inglese a visitare il suo negozio di souvenir e mi mostra una sciarpa molto simile a quella verde pistacchio che porto al collo, una pashmina comprata nell’emporio statale di Jaipur, in Rajastan e che doveva essere un regalo.

Guardo dall’altra parte mentre mi stringo nella giacca di pelle per scacciare via l’umidità che naturalmente attira.

Proseguo per alcuni metri, la stradina si stringe, è piena di negozietti che vendono TV, frigoriferi, vestiti, e poi parrucchieri, altri negozi di souvenir. Passa un Peugeot degli anni 60 con il cassone pieno di polli, spargendo piume e strombazzando per avvertire del suo passaggio.

Si apre la piazzetta del mercato, di quelle tradizionali – mi viene in mente il mercato vicino a ponte Rialto a Venezia – con la tettoia al centro a coprire enormi massi di marmo dove macellare la carne ed esporre la merce. Sono quasi vuoti in realtà, con i rimasugli di cartone e fogliame. Intorno a questo centro c’è la frutta, la verdura e decine di agnelli sgozzati, ripuliti, scuoiati, appesi nei negozi che girano tutto attorno a quella tettoia. C’è un forte odore d’arancia, un macellaio sta tagliando un’enorme fegato di bovino, di fianco un ragazzo prega inginocchiato in avanti sopra al suo tappeto rosso.
Oggi è il primo giorno dell’Eid Al Adha, la festa del sacrificio, la più importante festa musulmana. Per questo sono uscito stamattina da Gaza, per la prima volta dopo un mese.

Ad Azzam, il mio amministratore gazawo, che mi chiedeva cosa avrei fatto in questi giorni di vacanza e santi, avevo risposto che sarei andato a Gerusalemme e poi a Betlemme.
Fai bene a uscire un po’ tu che puoi.
Vado solo a Gerusalemme e poi mi fermo a Betlemme a casa di un’amica, è qui vicino.
Anche a me piacerebbe, basta che sia fuori Gaza.

E poi recita una formula augurale, è molto religioso, ogni tanto mentre parliamo, se mi giro, sparisce per ritornare dopo pochi minuti riallacciandosi le scarpe dopo la preghiera.

Il taxi giallo mi attende puntuale alle 9 e mezza. Si dirige abbastanza velocemente, senza traffico, verso il nord della città. A parte le buche sulla strada che non vengono riparate per mancanza di materiale da costruzione, non si avverte la distruzione, però, isolato dopo isolato aumenta la sensazione di povertà, sembra di viaggiare nel tempo, incontrando macchine via via più vecchie e scassate e avvertendo nettamente l’aumento dei carretti trainati da piccoli e maltrattati ciuchi a creare mini ingorghi per il solo fatto di esistere nella strada

Uscendo dalla periferia nord della città si vedono molte strutture di cemento armato collassate dalle bombe dello scorso gennaio.

Al check point di Hamas si fa in fretta, un rapido controllo al passaporto, i dati riportati su un foglio bianco a penna, “dove abiti?” e “sei un giornalista?” e via; la macchina si muove lenta lungo una strada distrutta per mezzo chilometro in una sorta di pre-terra di nessuno, incrociamo una ruspa che sposta macerie da un lato all’altro egualmente pieni calcinacci e distrutto. Il viaggio è finito. Devo mostrare il passaporto ad un altro ufficio sistemato in un container:
Giornalista?
No. Ngo.
Have a good day.

La lingua di quarzo rosso che conduce al terminal israeliano si percorre a piedi in 10 minuti. Quando ero entrato per la prima volta era ancora in costruzione e gli operai al lavoro si offrivano di portarti la valigia per 20 sheqel, la moneta israeliana usata anche a Gaza e Cisgiordania. Questa è veramente terra di nessuno.

Qualsiasi persona che si avvicini a meno di tre, quattrocento metri dal confine israeliano fuori da questa striscia di cemento e ferro riceve fucilate di benvenuto. Senza eccezione. Evitano i colpi d’avvertimento. Vanno al sodo, ferendo o ammazzando, dipende dalla mira di giornata.

La prima volta che si esce da Gaza mi è stata descritta come un mezzo trauma da alcune persone.

Sulla porta grigia c’è scritto solo che mi controlleranno fisicamente i bagagli per questioni di sicurezza.

Entro. Davanti a me due tavoli di legno abbandonati, una cancellata e due porte con metal detector.

Entro. Il metal detector comincia a rumoreggiare. Ovviamente non so che fare. Una voce al citofono mi aiuta dicendomi di tornare indietro e aprire i bagagli.

Esco. Eseguo il compito diligentemente e aspetto. Dopo due minuti una voce dice qualcosa. Ebraico? Arabo? Certamente non inglese. Rimango fermo.

Ti ho detto di entrare. Che fai lì fermo? (questa volta in inglese).

Chiudo i bagagli.

Entro. Porta girevole, altri 100 metri di terra di nessuno. Sono nel terminal vero e proprio. La parete di metallo grigio ha sette porte numerate. Quella in fondo sulla destra è aperta.

Entro. Devo aprire i bagagli svuotare le tasche e togliere la cintura – ma posso tenere l’orologio -, aprire il computer. E aspettare. La luce diventa verde.

Entro. La porta a vetri si chiude dietro di me. Si apre una capsula vetrata.

Entro. Si chiude la capsula. Davanti a me una figura mi indica la posizione da tenere. Gambe larghe, braccia aperte in alto. Una voce mi chiede se riesco a sentirla – sì, confermo – e di adeguarmi di più all’omino della figura: i piedi esattamente sulle orme gialle a terra e le braccia più in alto e più aperte. Due bracci meccanici mi ruotano veloci intorno – sono i raggi X. Posso andare.

Esco.

Entro in uno scompartimento basso tra due porte. Si chiude la porta dietro di me. La voce, che adesso ha anche un corpo che mi osserva dagli uffici a vetro in alto, mi chiede che cos’ho nel taschino della camicia.

È il mio passaporto. Lo mostro. Si apre la seconda porta. C’è il nastro dove passano i vassoi usati per il controllo bagagli. Aspetto un po’, ma sono vuoti. Un portantino mi dice che devo passare dall’altra parte della porta girevole.

Entro. C’è l’ispezione fisica dei bagagli. L’unica cosa di cui avvertivano e di cui in qualche modo si scusavano all’ingresso del terminal. La signorina addetta ha l’aria lievemente schifata, rovista a casaccio ed è piuttosto indelicata con le mie camicie. Estrae L’indignazione di Philip Roth, nuovo e ancora avvolto nella plastica. Lo rigira nelle mani e cerca di aprirlo, ma i guanti di plastica, simili a quelli che si trovano sul bancone della frutta nei supermercati, rendono difficile l’operazione. Decide che non è pericoloso e desiste. Posso andare.

È sparita la cintura. Me ne accorgo solo dopo. Ormai è tardi.

Non che abbiano fatto neanche finta, ma all’ingresso ufficiale in Israele – la sala d’aspetto del controllo passaporti – il cartello dice semplicemente: “Entry to Israel”; si sono risparmiati il Welcome.
Giornalista?
– No. Ngo.

Esco dal terminal.
Esco poi dall’ultimo cancello che dà sul parcheggio. Il taxi è in ritardo. Il comitato dei familiari di Gilad, un soldato israeliano sequestrato più di 3 anni fa da Hamas, mi consegna un appello. Mi chiedono di fare la mia parte una volta rientrato a Gaza, facendo sapere che la sofferenza della gente di Gaza è dovuta in gran parte ad Hamas che non lo libera (il soldato) e che lo tiene in ostaggio (insieme al proprio popolo). Che la sua detenzione è contraria ai diritti umani, alla convenzione di Ginevra e ad altre leggi internazionali; che è contrario ai diritti umani il fatto che non sia permesso alla Croce Rossa di visitarlo né alla sua famiglia di avere comunicazioni con lui.

Omero racconta che la guerra di Troia scoppiò a causa del rapimento di Elena, regina di Sparta, la donna più bella del mondo, da parte di Paride, che scatenò l’ira di Menelao e Agamennone e una guerra e un assedio di 10 anni. Alla fine Troia fu distrutta, rasa al suolo, ma la guerra si portò via eserciti interi e l’invincibile Achille.

L’appello mi ricorda, nel caso sia europeo, che anche Gilad è europeo come me, perché possiede anche un passaporto Francese. Gilad ha 22 anni ed era uno studente bravo, serio e un po’ timido. Due o tre giorni fa sembrava che la liberazione, in cambio di 1000 palestinesi nelle carceri israeliane, fosse cosa fatta. Così non è stato. Non ancora, almeno.

Sono perplesso. Deve vivere una condizione terribile. Ripenso all’Iliade. Non penso che andando in giro per Gaza diffondendo queste considerazione potrei ottenere altro che mettermi nei guai. Ho il dubbio che chi fa parte del popolo (o dello stato) che ha costruito un muro tutto intorno a Gaza e non lascia uscire sostanzialmente nessuno possa poi essere credibile nel dire ai gazawi che sono tenuti in ostaggio da Hamas che quel muro non l’ha costruito.

Non penso la gente di Gaza sia molto sensibile a queste argomentazioni. Le persone che incontro e con cui ho parlato sono piuttosto rassegnate e restie a parlare di politica. Vicino a uno degli asili dove sta lavorando il mio progetto c’è un buco largo dieci metri e profondo tre dove prima c’era una moschea, abbattuta dai bombardamenti. Le versioni contrastano: quella delle bombe è che le moschee erano in realtà rifugi o arsenali di Hamas. L’asilo sta un po’ sprofondando e non ha un muro né una finestra sana, ma è ancora aperto: lo frequentano 230 bambini ogni giorno, sperando evidentemente nel meglio.

Evitano anche di parlare dell’ultima guerra: l’operazione piombo fuso: 3 settimane di bombardamenti, seguite da un’avanzata sul terreno senza intenzione di conquista, che si sono lasciate dietro circa un migliaio di morti civili e qualche centinaio di miliziani di Hamas – le contabilità variano sia in termini assoluti sia qualitativi: i poliziotti sono da mettere nel conto dei civili o dei miliziani? – , e 9 soldati israeliani, con una storia simile a quella di Gilad, – 4 morti di fuoco amico.

Ho letto che “piombo fuso” è un’espressione presa dalla tradizione della Torah ed era uno dei 4 modi di infliggere la pena di morte: prima si portava il condannato quasi al soffocamento tirando due teli intorno al suo collo in direzione opposta, costringendolo ad aprire la bocca; a questo punto il boia faceva scendere il piombo fuso in gola fino alla morte.

Non sono un esegeta e non sono sicuro che sia esattamente come ho letto, però rende l’idea della situazione.

Sono perplesso e mi viene in mente che l’appello che ho in mano non cita il rapporto Goldstone sull’operazione piombo fuso, recentemente approvato dopo varie polemiche dalle Nazioni Unite, con l’opposizione degli Stati Uniti e dell’Italia, tra le altre, e assolutamente disconosciuto da Israele, che del resto non aveva collaborato neanche un minuto con la commissione incaricata.

Il rapporto giudica fondamentalmente spropositata la reazione militare di Israele, sollevava dubbi circa la condotta delle operazioni in contrasto con le leggi e convenzioni internazionali in materia, e sull’utilizzo di armamenti vietati come il fosforo bianco, alcune delle quali potrebbero anche considerarsi possibili crimini di guerra.

Il rapporto muove rilievi pesanti anche contro Hamas e degli altri gruppi che agiscono a Gaza, e giudica la detenzione di Gilad illegale, chiedendone la liberazione immediata e incondizionata. Anche dopo aver ascoltato il padre di Gilad.

Scendo dall’altro lato della piazzetta del mercato di Betlemme e trovo il mercatino dell’EID Al Adha, non si riesce a camminare per la folla. In fondo alla via ci sono le forze di sicurezza schierate, un politico sta facendo un discorso. Non riesco a vedere, ma sento la voce dei megafoni. Ho fame. Non ho mangiato nulla oggi perché sono arrivato tardi a Gerusalemme, dopo le due ore che occorrono per uscire da Gaza, l’autista era in ritardo, poi s’è perso, poi mi sono messo in macchina e poi mi sono perso anch’io sulla Hebron road.

Aspetterò perché voglio mangiare, seduto, una bistecca e bere una birra, dopo un mese. Cerco di tornare alla piazza. Mi perdo e riperdo nelle viette. Decido di comprare una cintura per sostituire quella che ho donato al check point stamattina.

Ricordo di aver visto una bisteccheria salendo verso il centro.
Ritrovo la piazza e dopo pochi minuti mi siedo e ordino una bistecca e una birra. E canticchio una canzone:

“l’amore è
come l’ellera
dove s’attacca more
così così il mio cuore
mi s’è attaccato a te.”