Re Davide

Sarà un Natale di lavoro. Ma in questi giorni mi invidio lo stesso.

In questi giorni Alessandro sta girando un documentario nel sud dell’India e io lo accompagno. Abbiamo conosciuto un bambino di nome Davide Raj (Re Davide). Ha dodici anni. Vive in uno slum di Madurai, in Tamil Nadu.

La mamma lo prepara di tutto punto la mattina, e con la cura che merita, e non trascura gli altri quattro fratelli e sorelle.

La revisione finale per Re Davide e’ più accurata perché e’ il più piccolo: gli aggiusta il ciuffo ribelle ed e’ pronto. Lui protesta un po’, ma ride.

Poi Re Davide prende il suo martello, lungo, ma non quanto lui che pure e’ piuttosto minuto, e se ne va a piedi nudi e calzoncini a spaccare il granito nella cava che sta poco lontano. Fino alle sei di sera, quando e’ buio e ha ancora voglia di giocare.

Le due sorelle torneranno più tardi dalla fabbrica di sapone, alle sette. Hanno sedici e diciassette anni e lavorano da circa quattro o cinque. L’altro fratello, gemello di una delle due, gioca con il cane: non e’ andato a lavorare. Il fratello maggiore, di ventuno anni, e’ disoccupato. Lavorava come supervisore in una fabbrica di magliette per l’export in un distretto più a ovest e viveva da solo, ma la famiglia non vuole. Vorrebbe tornare in fabbrica, ma non sa come convincere il padre. Oppure venire in Italia con noi, ma gli ho detto che non e’ un buon momento.

Il sole e’ tramontato. Il papa’, soprannominato Dio dopo la sua conversione al cristianesimo, si sta lavando via il il granito e il sudore, mentre la mamma, anche lei di ritorno dalla cava, entra ed esce dalla casa: probabilmente sta preparando la cena. La nostra presenza e la telecamera creano un po’ di eccitazione.

Tutta la famiglia e’ in grado di estrarre circa cento piccoli blocchi di granito al giorno per 1,37 rupie al pezzo. In tutto fanno 137 rupie al giorno (due euro e dieci circa). Pero’ sono liberi, nel senso che non hanno orari. O meglio vanno avanti dalle sette e mezzo del mattino finché c’è luce.

Joe, che ci accompagna e traduce dal tamil, con la sua associazione organizza qui corsi serali dopo-lavoro per i bambini che hanno abbandonato la scuola; mi dice che le cave appartengono allo stato del Tamil Nadu, che le da’ in concessione a uomini d’affari, di solito ammanicati, i quali permettono alle famiglie che abitano qui di estrarre il granito da costruzione, pagandole a cottimo. Ogni tanto arrivano camion che caricano e se ne vanno. Qualche giorno fa sono saltati i freni a uno dei bilici, che adesso se ne sta fracassato in fondo a una delle cave inattive e fa da bersaglio ai lanci di pietre dei bambini. Sembra che il guidatore si sia salvato.

Dall’alto la cava mi sembra surreale, esattamente come dal basso. Non ci sono ruspe o altre macchine. Solo uomini, donne e bambini con martelli e scalpelli a picchiettare in fondo ad un’enorme buca lunga duecento metri, larga un centinaio e profonda una ventina. Molti chiamano il mio nome, ma e’ non veramente il mio. Chiamano Re Davide.

Le poche famiglie cristiane dello slum seguaci della Church of South India (CSI – Chiesa del Sud India), di rito protestante appartenete all’Unione delle Chiese Anglicane, a Natale andranno in chiesa, una casetta di cemento dipinta verde chiaro e in mezzo al nulla sotto la Roccia dell’Elefante, una montagna sacra. La chiesa si trova in una radura alla fine del villaggio abitato da circa 500 famiglie, fatto di molte baracche e povere case in muratura, costruite abusivamente su terra governativa senza nessun servizio e senza che nessuno se ne curi. A dire il vero il termine abusivo e’ fuori luogo da queste parti dove per esempio l’economia sommersa non esiste perché si chiama informale e coinvolge l’85% della popolazione, dove nessuno fa caso ai permessi alle licenze e dove nessuno si occuperà di quella terra finché non assumerà qualche valore commerciale – evento improbabile.

Il prete viene solo la prima domenica del mese e non e’ sicuro che arrivi per Natale: troppe richieste in quel giorno. I fedeli si riuniranno comunque, come hanno domenica scorsa; mal che vada leggeranno la bibbia in Tamil, canteranno, suoneranno i tamburi e faranno baccano. E’ tutto quello che sono riuscito a capire. Mi hanno detto che non hanno mai avuto problemi di convivenza gli indù che costituiscono la stragrande maggioranza e che hanno un tempio non molto distante. Sulla sommità della roccia dell’elefante c’è un tempio Jainista, una delle molte religioni-filosofie indiane. Qui non si prevedono la messa di mezzanotte ne’ il cenone. Il venticinque dicembre ci sarà una celebrazione alle sei del mattino, poi una festa e un pranzo comune.

Le famiglie non lavorano solo nella cava che fa più impressione perché e’ una voragine che corre sul lato delle abitazioni, ma pure nelle fabbriche di pentolame e dell’alluminio, nella preparazione degli appalam e altri stuzzichini che si trovano in tutti i negozietti indiani lungo le strade che percorro spesso. In tutte queste fabbriche e laboratori lavorano bambini dagli otto/dieci anni in su: appena sono in grado di fare qualcosa. Spaccano pietre, preparano la pasta da friggere o impacchettano i salatini oppure tagliano le lamine alluminio o lucidano le pentole con polveri abrasive, a piedi nudi e senza alcuna protezione. Hanno smesso di andare a scuola dopo i primi 4 o 5 anni. Perché hai smesso? Servono soldi a casa. Torneresti a scuola? Servono soldi a casa. Come a dire che la seconda domanda non aveva molto senso.

Madurai e’ la seconda città del Tamil Nadu, dopo la capitale Chennai, con un più’ milione di abitanti ufficiali e famosa come Temple City, per via del tempio indù di Sri Meenakshi, uno dei più famosi dell’India. E’ meta di turismo e pellegrinaggi e sede di industrie manifatturiere soprattutto per il mercato locale. Intorno a Madurai ci sono 203 slums come questo, con circa 303 mila abitanti che si sono ammassati negli ultimi decenni in diverse ma costanti ondate migratorie, provenienti principalmente dalle zone rurali dei distretti circostanti.

La famiglia di Re Davide ha una storia molto simile a quella delle circa 50 mila famiglie che vivono in condizioni simili. Alessandro si e’ incuriosito perché e’ una famiglia cristiana, io perché mi chiamo Davide. Cose non proprio comuni da queste parti.

Cara Monica

Cara Monica*,

Io sono a 1284 chilometri da Mumbai, a Pondicherry o Puducherry, e io rischio maggiore qui e’ annoiarsi in una città un po’ poco indiana e insolitamente pulita e tranquilla, per quanto automobilisti, motociclisti e gli autorikshaw drivers cerchino di far rumore guidando con una mano e con l’altra suonando il clacson.

Abbiamo perso un po’ della nostra calma nell’ultima settimana ma non a causa del terrorismo, che ha attaccato Mumbai arrivando prima al mondo che qui nel sud dell’India. Pondicherry e il Tamil Nadu sono stati spazzati da un ciclone di nome Nisha – che sembra passato – per 5 giorni, il peggiore degli ultimi 15 anni.

Io mi sono bagnato un po’, ma la mia palazzina in cemento armato e non ho avuto danni, o al massimo un paio di infiltrazione, come invece li hanno avuti i poveracci che vivono in case molto meno resistenti o quelli che la casa non ce l’hanno proprio. Pare che in tutto il Tamil Nadu e Pondicherry circa 800,000 mila persone siano state variamente colpite e 100,000 sono sfollate; i morti sono circa 60, inoltre ci sono danni al raccolti, alle strade e migliaia di alberi sradicati.

Martedì (25 Novembre) notte appena dopo cena – avevo invitato un paio di amici e cucinato un ottimo risotto ai funghi abbinato all’ultima bottiglia di chianti che avevo, evidentemente ispirato dalle condizioni vagamente autunnali con cielo grigio e piovoso gia’ da un paio di giorni – era iniziato un black-out.
Mentre leggevo al lume di candela un libro sul terrorismo in India, che avevo comprato a Chennai dopo essere inconsapevolmente scampato a 5 esplosioni di matrice estremista islamica del 13 settembre a Delhi (sentito nulla?) che avevano ucciso una 30 di persone nelle zone commerciali della citta’ dove avevo gironzolato per tutto il giorno, c’è stato l’attacco dei terroristi, probabilmente islamici e pakistani a una stazione, un ristorante, un centro ebraico e due prestigiosi Hotel, il Trident Oberoi e il Taj Mahal, a Mumbai.

Soprattutto il Taj e’ un simbolo per l’India, oltre che una catena di Hotel di lusso in tutta l’Asia. Quello di Mumbai e’ primo Taj, costruito all’inizio del XX secolo, ancora in pieno dominio britannico.
La famiglia di Ratan Tata – attualmente uno degli uomini più ricchi del mondo e che da solo rappresenta circa il 3% del PIL indiano, con attività che spaziano dall’industria pesante (auto, partner di FIAT, acciaio) alle telecomunicazioni, all’alimentare al tessile al…aggiungi a piacere che’ tanto non sbagli di molto – erano ricchi proprietari terrieri e commercianti di cotone. Un giorno il suo bisnonno, a Bombay (come si chiamava allora Mumbai) in viaggio d’affari, fu rifiutato da un albergo di lusso riservato ai bianchi, agli inglesi, ai padroni. Pare che, umiliato e arrabbiato, decise di fondare il suo albergo di lusso aperto a tutti (i ricchi) e lo chiamo’ Taj Mahal Hotel.
Il Taj e’ non solo un hotel ma anche un simbolo del riscatto e dell’orgoglio nazionale. Il simbolo di un paese che si sta imponendo al mondo come potenza da chiamare al tavoli più importanti dove i padroni di una volta si possono guardare dritti negli occhi.

Mi sono addormentato presto.

La corrente non era tornata ancora il Mercoledi’, e non era tornata per tutto il giorno, per cui mio sono invitato a casa di Paolo e Maddalena per cena, che invece avevano elettricità e connessione internet!
La mattina m’ero svegliato vedendo sul telefonino un messaggio di mio fratello che chiedeva di dare un segnale perché in India c’era stato un attacco terroristico. Ho letto il giornale e chiesto in giro, senza troppo successo. Dalle mie parti Nisha era la notizia del giorno. I suoi danni, i miei appuntamenti annullati, la velocità del vento, dove si trovava l’epicentro in quel momento e quanto velocemente si muovesse, il livello del canale che passa difronte a casa mia, la conta dei danni e quanto ancora sarebbe durato.
Ero a cena, dicevo, e avevo portato il computer con me per ricaricarlo insieme al telefono. Ho dato un’occhiata alla posta e alle notizie. Ho scoperto solo allora quello che era successo. Da qui potevo avere le stesse informazioni di qualsiasi altra persona al mondo con una tv, una connessione internet e la corrente.

Abbiamo mangiato una buona pasta e discusso un po’ degli attacchi e delle inondazioni in giro per la città. Verso le 10 la pioggia ha ricominciato a cadere forte, allagando le strade in pochi minuti senza che ce ne accorgessimo. Ho deciso di rimanere per la notte, poi ho cambiato idea, comunque dovevo spostare la macchina in un posto un po’ più “asciutto”.

Paolo mi ha accompagnato alla porta da basso. Fuori dell’ingresso coperto c’era una famigliola con bimba di 1 anno, incluso il cane, in attesa. Il cancello era chiuso, accostato ma non inchiavardato, e di proposito, tuttavia non erano entrati fino ad allora. Solo quando ho scostato il cancello lo hanno fatto, in silenzio, e hanno steso le loro stuoie e altre due cose con naturalezza e senza guardarci. La signora con saree rosso ha preso il lembo inferiore e l’ha strizzato con calma. La bimbetta con indosso solo una maglietta piangeva ma non troppo.

Sono uscito, salito sulla jeep, una Tata Sumo, infastidito dall’aver dovuto mettere i piedi a mollo per guadare il metro che mi separava dallo sportello, ho deciso poi di tornare a casa, ma, arrivato a poca distanza dalla meta, avevo troppa acqua intorno e sono tornato indietro. Ho chiamato Paolo per avvertirlo, ho parcheggiato a pochi metri e ho ri-guadato la strada per circa 20 metri.

Per entrare ho dovuto scavalcare un uomo che già dormiva completamente infagottato in un lenzuolo a fiori. Paolo ha offerto alla famigliola un chai (il te’ con latte e tanto zucchero che bevono qui) e un po’ di biscotti. La signora, seduta con le spalle al muro scuoteva la testa nel modo tipico per dire si’ dei Tamil, senza probabilmente capire cosa le stesse dicendo.

Paolo ha preparato il te’ mentre io mi asciugavo. Prima di andare a dormire nella camera degli ospiti gli ho dato la buona notte: mi diceva che non era la stessa famiglia che s’era riparata li’ nelle due notti precedenti e che normalmente vive in strada; che i nostri ospiti probabilmente non avevano mangiato nulla e che aveva dato anche un omogeneizzato per la bimba, ma non era sicuro che avessero compreso fosse per lei.

Mi sono reso conto che le decine di persone che dormono e vivono davanti all’ospedale pubblico, a pochi metri dalla mia camera per la notte, a terra, sui marciapiedi o dove capita, con e senza tettoia, con il contorno di negozietti e topi, non c’erano quella sera. Sparite senza traccia. E sparite erano anche le decine di persone che vivono o meglio si fermano a dormire sul canale che taglia la città da sud a nord.

Fuori pioveva ancora rumorosamente, io guardavo un film dal mio computer. Mi sono addormentato dopo poche scene.

Giovedì mattina (27 Novembre) sono uscito verso le 8. C’erano solo le stuoie nel garage, lasciate ad asciugare. Pioveva ancora, ma le strade non erano più allagate. Le foglie, i detriti, alcuni muretti crollati testimoniavano che qualcosa era accaduto di insolito. Uscito sulla strada ho notato che il popolo dell’ospedale era ricomparso, i negozietti aperti. Sul mare, dove le onde ancora spazzavano potenti il Promedane, il vento forte del giorno prima s’era placato. C’era il sole che colorava l’aria umida. Avevo l’elettricità. Finalmente. Verso le 9 sono arrivate due mie ospiti singaporesi dall’interno del Tamil Nadu, dopo una notte passata in macchina, un’Ambassador sopravvissuta agli anni 50, bloccate da un fiume improvviso in strada a non più di 30 km da qui.

Ho telefonato a Joe che abita in Nagapattinam, circa 150 km a sud di Pondicherry, nella zona che qualche anno fa e’ stata famosa per un po’ perché spazzata via dallo tsunami. Joe e’ il presidente di una ONG indiana con la quale collaboro. Mi ha detto che da due giorni riceveva e doveva mandar via un fiume di persone che chiedevano cibo.

Circa 7,000 famiglie di 16 villaggi intorno alla città di Velankanni erano rimaste senza cibo semplicemente perché da 3 giorni non potevano uscire a pescare, non potevano andare al mercato, non potevano andare sui campi allagati. E la pioggia s’era portata via quel poco di riso che avevano in casa, spesso insieme alla casa.

Mentre parlavamo mi veniva in mente quello che mi disse una volta: “Quando sono arrivato qui, dopo lo tsunami, c’era un disastro. Dopo qualche mese di lavoro mi sono reso conto che il disastro e’ la condizione normale per questa gente. Bastano 3 giorni di pioggia forte o un monsone un po’ più intenso del solito e questa gente si trova senza nulla, perdendo quel poco che ha, non ha dove andare, non ha da mangiare”.

Il marketing turistico ha coniato per l’india lo slogan “Incredible India!”

L’orgoglio nazionale e i media, le persone e i libri di storia non fanno che ricordare come l’India sia la democrazia più grande del Mondo.

Un proverbio dice: “Qualsiasi cosa tu dica di vero dell’India e’ vero anche il contrario”, a testimoniare le profonde contraddizioni che l’India vive ogni giorno di più.

Ieri pensavo che l’India e’ talmente grande che può permettersi due tragedie negli stessi giorni. Soltanto una arriva dalla nostre parti. La seconda ritorna spesso, ma passa sotto silenzio.

Due mesi fa circa il Bihar e’ stato inondato dal monsone. A stento lo ricordo io, tu non l’avrai sentito neppure. Dei disordini in Orissa ti sarà magari arrivata l’eco perché il papa si preoccupava delle violenze contro i cristiani.

Per gli attentati di Mumbai s’è dimesso il ministro dell’Interno, la gente protesta e qualcuno chiede una bella guerra risolutiva contro il Pakistan. Stamattina la prima pagina del The Hindu riportava della tensione montante verso il nemico di sempre. Sfogliano appena un po’ ho trovato la foto di un ministro del governo locale che posava durante la distribuzione di riso agli sfollati. l’articolo illustrava i provvedimenti urgenti e quantificava i danni: 1 virgola 5 crore rupees (cioe’ 15 milioni di rupie) secondo le unita’ di misura locali.

E’ cosi’ che va. Dimenticavo; l’omogeneizzato era di mucca, l’unico che aveva in casa Paolo. Chissà se l’hanno capito. Chissà se hanno potuto distinguere il sapore della mucca. Chissà se l’avrebbero mangiato lo stesso sapendolo.

Davide

PS. nessuno ha minacciato guerra contro il Pakistan ne’ ministri si sono dimessi per le alluvioni.

Monica e’ una mia amica di origine peruviana che s’è appena laureata facendosi un discreto mazzo, studiando e lavorando, e con tutte le difficoltà che il non essere cittadina italiana comporta.

Un Amore

Mi sono chiesto per anni cosa significasse la voce del verbo sondestare, regolare, prima coniugazione: io sondesto, tu sondesti, egli sondesta, noi sondestiamo… l’avrò anche cercato nel vocabolario.

Ed era sicuro fosse un verbo speciale perché si usava solo ed esclusivamente nella frase “Sogno o sondesto?”. Probabilmente aveva a che fare con il sonno e la veglia, e il significato si poteva ricavare per opposizione all’azione di sognare o qualcosa di relativo al sogno e al sonno… Mi sfuggiva, pero’, il senso magico che doveva per forza avere, il senso ultimo: avevo sempre sentito le persone pronunciare quella frase quando non potevano credere ai propri occhi – per esempio mia mamma quando, una volta, entro’ in camera e mi trovo’ a sistemare libri, vestiti, il letto e vari altri ammennicoli, una domenica mattina; quando accadeva qualcosa di speciale, fuori dagli schemi usati. E diceva sempre la stessa frase. Ecco! Era una formula magica, probabilmente, medievale o celtica, magari c’era sotto un mistero orientale, oppure faceva parte delle dottrine esoteriche vs essoteriche? Ecco era proprio questa la chiave: sogno, parola che tutti possono capire e comune: dottrine essoteriche; sondesto: dottrine esoteriche…probabilmente la parola ha un’origine sanscrita.

“E e se aggiungessi uno spazio in mezzo? Tra SON[spazio]DESTO? Suonerebbe meglio…no, no so no fuori strada”, pensai. E poi mi chiesi ancora perché le tutte le corti si riuniscono ad Assisi? Città carina ma piuttosto minuta in dimensioni. Forse per guardare in bocca a un cavallo di nome Donato? E che cazzo di nome sarebbe poi per un cavallo? Non l’ho mai sentito.

E poi leggevo sulle traghetta dello dallo scompartimento del treno: “Keine Gegenstände aus dem Fenster werfen”. C’era anche in italiano, francese e inglese. Ma io mi concentravo sulla scritta con segni strani e tutte quelle maiuscole ma senza punti in mezzo. Tu no?

Non e’ obbligatorio sapere il tedesco (1), ma nessuno ha mai preso un treno, e nessuno da bambino fissava come me quella targhetta cercando di ricordarla e cercando di capire come funzionasse quella cazzo di lingua strana? Nessuno ha mai fissato dal finestrino le linee dell’autostrada che correvano parallele e poi convergevano verso la macchina e infine sparivano per poi riapparire e poi singhiozzare e poi tornare dritte e ancora sparire, inghiottite dall’asfalto nero nero e diverso da quello precedente? E nessuno camminava come me sui marciapiedi cercando di non pestare le linee della pavimentazione, fossero perpendicolari o parallele al mio passo, risultando zoppo o un po’ scemo pero’ carino, con gli occhi della mamma “pero’ quella fossetta sulla fronte e’ del papa’!”?

Non e’ obbligatorio sapere il tedesco (2). Infatti pare ci fosse un errore nella frase che avevo scritto, e quello che avevo scritto l’avevo copiato dal blog di un tizio che da bambino fissava come me quella targhetta cercando di ricordarla e cercando di capire come funzionasse quella cazzo di lingua strana, con tutte quelle maiuscole ma senza punti e quello che ho scritto io mi e’ stato corretto da una mia amica tedesca dallo Yemen un venerdì pomeriggio mentre prendevamo un caffè insieme – io qui in India e lei in Yemen. Caffè italiano ovviamente: lei insisteva per il suo caffè filtrato somalo di qualità sopraffina e molto raro, ma quando ha scoperto che avevo da offrire caffè Illy con caffettiera italiana ha ceduto di buon grado, garantendomi il perdono ortografico e soprassedendo sull’annosa questione della lingua e delle terre irredente.

“Ma com’è possibile prendere il caffè insieme a 3,896 chilometri di distanza?”, mi sono chiesto.
“Be’, lo prepari, lo metti nella tazza…no, no, lo zucchero no, lo prendo amaro, grazie… aspetti che si freddi un po senno’… Accidenti, come al solito non ho saputo aspettare”, mi sono risposto.
“Ma io intendevo l’altra, che e’ distante, in Yemen, capisci?”, mi sono chiesto ancora, perché e’ la seconda domanda che conta – insegna Vespa – quella che indaga, che svela l’arcano, che sviscera, che dà fastidio al potere.
“Be’, anche lei lo metterà nella tazza, due zollette prego, e aspetterà perché e’ tedesca, dunque seria e precisa, sa aspettare, e poi lei non fuma e non ha fretta di accendere”, mi sono risposto ancora.

E comunque “Il mondo è tutto ciò che accade”, mi suggerisce ancora il buon Ludovico W.

Ma volevo dire altro. Il pensiero di te m’ha fatto venire in mente Dino Buzzati e il suo Un amore.
Certo, nulla c’entri tu con l’amore di Antonio Dorigo per Laide, ballerina improbabile, puttana sfacciata e donna misteriosa e immensamente potente verso un uomo colto e ricco, che sempre era sfuggito all’amore, concedendosi solo sesso a pagamento, veloce e soddisfacente e senza impegni, e che alla fine paga il suo disperato bisogno d’amore al prezzo di illusioni, menzogne che racconta a se stesso senza neanche crederci un po’, e ancora più profonda solitudine.

Ovviamente e’ solo una consonanza – a nessun suono, aggiungo – , e’ un inferenza per opposizione (chiedo venia ai logici), e’ un po’ misteriosa e esoterica anche questa. Come sogno e sondesto,suo misterioso compagno nella frase magica, voce del verbo sondestare, regolare eppure misterioso, prima coniugazione.

Sono io il signor Dorigo, se si eccettua la cultura e la ricchezza, che continua a farsi del male quando non riesce a fuggire. Per fortuna nell’eremo di Pondicherry non corro rischi e posso dedicarmi ai miei libri. Anche loro tradiscono talvolta, ma e’ più facile metterli sullo scaffale e ignorarli; per quanto non cosi’ facile come sembra, perché talvolta ti tornano su, nella memoria, e non li hai a portata e vorresti, soprattutto se non esistono ancora, anche se ci credi. Come le promesse.

Per esempio mi viene in mente un un libro di Dino Buzzati, si intitola Un Amore. Mi e’ venuto in mente leggendo la tua mail. Il protagonista si chiama Antonio Dorigo, e’ un uomo ricco e colto, lei si chiama Laide, e’ una falsa ballerina, giovane e sfacciata. E fa la puttana per vivere. La prima volta gli costa 20,000 lire e tutta la sua vita, intera.

[PS e’ che sto passando in rassegna tutta la mia biblioteca a memoria attraverso Anobii e tornano su molte cose tra cui scioperalen, saggezza, tedesco per non udenti, lazziale antico, disordini concatenati, buchi neri e la discontinuità e il singhiozzo.]

Ma non era questo che volevo dire.
E se dicessi: Wer träumend sagt “Ich Träume”, auch wenn er dabei hörbar redete, hat sowenig recht, wie wenn er im Traum sagt “Es regnet”, während es tatsächlich regnet. Auch wenn sein Traum wirklich mit dem Geräusch des Regens zusammenhängt?*

Già ma qui non piove e io proprio in questo momento sondesto.

D

*Chi, sognando, dica: “Io sto sognando”, anche nell’ipotesi stessa che parlasse in modo tale da poter essere udito, tuttavia non avrebbe più ragione di quanta ne avrebbe se egli, in sogno, dicesse: “Piove” mentre effettivamente piove. Anche se il suo sogno fosse realmente connesso con il rumore della pioggia (Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916).
.

XXXVIII. PERSO RITROVATO E PERSO.

Cammino inciampando sulle orme lasciate da alcuno
Profonde e lunghe, lunghe e sprofondo, perso
Forse le mie
Forse io
E intanto inciampo in salita
Rotolo in basso, da basso, ritrovato
E vedo il cielo e assaggio la bruma
Sapore di terra feconda d’autunno
In piedi, passi, ritrovato
Cammino inciampando sulle orme lasciate da ognuno
Congiunte e distinte
orme di chi è già passato
E non ricorda e non sa, ritrovato e perso
E c’era c’era
Era lì era lì
Cammino inciampando su orme spugnose lasciate da un peso pesante
Fuggiasco d’istante.

Grida se vuoi.

Ti invito al viaggio
tra le grinze di un sole
feroce, intimorito da un tramonto di passaggio,
da un socchiudere lento di palpebre stanche.

Ti invito in silenzio
tra lo stupore delle parole al vento caldo
e a sfrecciare dalla direttrice distratta del tempo..

Ti invito alla solitudine colma di mare..

Ti invito al banchetto di ambrosia e fiele..

Ti invito alla rabbia, all’orgoglio,
all’oblio dopo il perdono..

Ti invito al mio piatto
Ti invito adesso.

Ti invito a domandare ascoltando, a chiedere
con l’attenzione che meritiamo..

Ti invito a perdere tempo
Ti invito al dono prezioso
Ti invito a donarmi ancora cio’ che possiedo

Vi invito a doppiare la speranza
Ti invito alla montagna
sicura, dalle altezze a strapiombo,
e ignara

Ti invito a non interrogarmi se non conosci la risposta, e al domandare di nuovo
Ti invito a interrogarmi: potrei rispondere.

Il silenzio saporoso degli occhi lucidi e fulminei ti condurrà.
Dove sei adesso
Dove sono
Dove stanno tutte le domande
E nessuna delle risposte..

Grida se vuoi.
Ma taci un istante per non coprire chi sussurra accanto,
chi si dibatte nella rete perché sa ed e’ saputo.

D

dalla fine

Siccome non so da dove, partiamo dalla fine

e siccome non saprei dirlo, lo scrivo:

siccome temo le tue risposte non faro’ domande
siccome sono contorto, andro’ dritto
siccome al cielo non interessa, anneghero’ sulla soglia del mare. Fissandolo

siccome non reggo i tuoi sguardi, cerchero’ distratto un luogo sicuro
siccome sono patetico, ti invito al silenzio
siccome ti sfuggiro’, ti invito al viaggio

siccome sono finiti i siccome, mi chiudo la porta alle spalle e mi ritiro in buon ordine,
ma se guardi sotto, dove filtra ancora un po’ di luce, troverai una lettera

I.L’uomo con la valigia

L’uomo con la valigia aveva il dubbio preparatorio.
L’uomo con la valigia vuole avere tutto in caso di necessità. Non sa bene di cosa ha bisogno. Deve partire oggi e tornare un giorno oppure un altro, per ripartire subito per l’altra parte del mondo. Forse. Non è sicuro. Non sa. Proprio per questo deve mettere dentro più cose possibile. All’evenienza. O forse dovrebbe metterne il meno possibile perché portarsi appresso la valigia pesante (le valigie pesanti) è una scocciatura. “E se mentre corro affannato per non perdere il treno, l’autobus, l’aereo (non il taxi, è evidente: ché la comodità si paga con uno sconto sull’ansia e sull’orologio che lavora contro di te)? O forse dovrebbe comporre una valigia scientifica – prove ed errori e successive approssimazioni, la valigia asintotica, per così dire – oppure moralizzata, scegliendo una soluzione mediana. L’uomo con la valigia esercita il giudizio e valuta, ripensa e pondera. Butta tutto dentro e abbandona, passa ad altro ritorna, ci ripensa. Ricomincia. Va per sottrazione. Poi i libri e altri ammennicoli, tanto inutili quanto vitali.
Presa la decisione l’uomo con la valigia parte, sollevato più dal non dover rimettere mano alla mirabile composizione di necessità, necessitato, superfluo – ma indispensabile – e dubbio inestinguibile, che per la partenza.
Comunque: quel che è fatto è fatto, l’ineluttabilità ha l’indubbia capacità di sollevarci da noi stessi.
Non va proprio così, torna alla base tra una partenza e l’altra, deve rimettere mano a ciò che credeva definitivo. L’uomo con la valigia toglie e aggiunge: questo sì, questo no, controlla le tasche e gli interstizi.
E riparte.

Come i naufraghi sull’isola deserta guardano le onde del mare sperando che questo gli porti in dono qualche frammento della vita che sembra irrimediabilmente perduta, gli aggeggi, la tecnologia di cui non sanno fare a meno, di cui sono parte (di cui solo da poco si sono resi conto che sono parte e non viceversa), da cui dipendono; come i naufraghi che sperano che le onde siano così magnanime da restituire un pezzetto della vita che fu, così l’uomo con la valigia scoprì insperato, in un anfratto magico perché muto a ogni altra precedente richiesta, supporti Cd-rom contenenti file musicali. Musica per spezzare quel silenzio pesante e scandaloso come l’aria calda e umida di quella parte poco meno che desertica dell’isola dell’oceano indiano posta al sommo di China Bay.
L’uomo con la valigia (le valigie) aveva un computer pieno di rimedi al silenzio, avrebbe potuto combatterlo per mesi interi, ma il computer s’era chiamato assente quasi da subito e ormai da alcuni giorni.
Questo ci porta a diversi ordini di considerazioni.
Non avrebbe dovuto avere con sé supporti musicali dato che aveva migliaia di file musicali salvati nel computer esattamente per rispondere al criterio dell’efficienza e completezza dell’arte della composizione della valigia (delle valigie): primo perché era inutile, secondo perché i supporti costituivano un appesantimento del tutto superfluo; la ricerca si connotava in realtà come una lieve forma d’isteria da smarrimento multimediale, tanto più che la composizione scientifica della valigia lo avrebbe dovuto portare a concludere sull’inutilità della ricerca stessa prima ancora che sullo scontato fallimento.
E invece.
L’uomo con la valigia festeggiò, insieme all’architetto suo compagno di sventura, la vittoria sulla noia e il silenzio. La storia ci dirà che il lieve stato di euforia che seguì fu breve e passeggero; quando si ritirò, seguì un disagio amplificato che andò scemando per ricondurre i malcapitati allo stato sostanzialmente atono precedente.

Tuttavia e per completezza, i supporti che avevano riacceso lo sguardo dell’uomo con la valigia e del suo compare contenevano la vecchia musica – per dirlo con espressione convenzionale: “album” – di un gruppo musicale inglese che era stato famosissimo – e ancora lo era, anche se appariva chiaro, a quell’epoca, che, pur avendo fornito prova di ampia e feconda vena artistica, tale vena si era si era progressivamente inaridita – e di due cantautori italiani, l’uno vivente, ancorché vetusto, nel momento in cui scriviamo, l’altro deceduto ormai da molti anni: Francesco De Gregori e Fabrizio De Andrè. Sulla loro vena artistica e raffinatezza musicale – entrambi con una carriera trentennale alle spalle – possiamo dare un giudizio attenendoci alle opinioni di appassionati e critici dell’epoca. Sul talento del primo non si discuteva, tuttavia sulla riuscita di alcune opere pubblico e critica non erano così granitici nel giudicare; sembra invece che il giudizio su Fabrizio De André, solo in lieve parte complice la precoce scomparsa, che sappiamo disperde almeno un poco la voce dei detrattori, sembra piuttosto unanime e all’insegna della positività decisa. Pare anzi che la vena artistica di questo cantautore, che sempre si era definito anarchico, fosse tutt’altro che vicina all’estinzione e che inoltre le capacità liriche, tecniche e di sperimentazione andassero incrementandosi e raffinandosi.
Aggiungiamo che i due cantautori erano tra quelli in assoluto preferiti dall’uomo con la valigia, insieme ad alcuni altri che tralasceremo per brevità e per l’inessenzialità del discorso che si presenterebbe. Anche il gruppo inglese dei Pink Floyd, era questo il nome precedentemente tralasciato, piaceva all’uomo con la valigia. Ma nemmeno su questo versante ci dilunghiamo: anche in questo caso porteremmo nocumento al prosieguo del racconto dei fatti che realmente ci interessano.

Tralasciamo adesso gli aspetti psicologici del ritrovamento riscontrati sui due “naufraghi” in relazione alla condizione stessa di naufraghi per concentrarci invece sugli effetti che l’ascolto della traccia audio numero 14 del supporto contenente la musica dei cantautori ebbe sulla memoria e sulla psicologia dell’uomo della valigia, in relazione ad alcuni avvenimenti che si sarebbero succeduti di lì a breve e che avrebbero coinvolto una persona, fino a qui non menzionata, che comunque meritano senz’altro di essere citati. Non diremo il nome di questa persona, ma il prosieguo della lettura dimostrerà la necessità di affrontare il discorso e il particolare legame tra l’uomo con la valigia e questa novella innominata. Avrete capito che “novella innominata” non è solo l’espressione concordante con il genere femminile di “persona”(la lingua italiana non possiede il genere neutro, genere al quale il termine può sicuramente essere ricondotto), ma ci svela anche che la “persona”, appunto, di cui si parla, appartiene al genere femminile – tuttavia non riteniamo di spingerci oltre, lasciando al lettore la libertà di congetturare o meno.
Dunque, la traccia numero 14 era intitolata “Se ti tagliassero a pezzetti”. Mentre l’uomo con la valigia l’ascoltava, seduto al computer a lavorare – abbiamo forse dimenticato di specificare che il computer dell’architetto era perfettamente funzionante ma scevro di file musicali, prima del fortunoso e inaspettato ritrovamento dei due supporti audio – gli balenò che quella canzone, oltre a essere indubbiamente una delle sue favorite, benché il senso, o quantomeno la funzione, che le aveva attribuito ai primi ascolti fosse molto diverso da quello che l’autore stesso le aveva attribuito [Omissis]*, costituiva uno dei ricordi comuni che aveva iniziato a stabilire un profondo legame tra lui e la nostra innominata.
La situazione: la fine di una festicciola di studenti universitari. Non conosciamo esattamente il motivo, e ci asteniamo dal lanciarci nella formulazione di estenuanti ipotesi, perché la questione non appare sostanziale per i nostri scopi, ma l’uomo con la valigia canticchiò le prime strofe all’orecchio dell’innominata, producendo in lei meraviglia per la bellezza delle stesse e per l’infinita dolcezza che queste le suscitavano. Ma la meraviglia era anche dovuta all’ignoranza di una canzone così bella e per di più di un autore che già ella apprezzava e poteva dire di conoscere bene piuttosto che il contrario.
L’uomo con la valigia non ricordava, mentre le dita saltellavano sui tasti, se in quel momento comunicò o fosse già a conoscenza della differenza tra il senso apparente e la funzione della canzone nel contesto originale. Per l’esattezza non ricordava neanche se a quel tempo fosse o meno cosciente di questa verità oppure no. Ricordava, tuttavia, che in successive occasioni, i due avevano discusso della polivocità semantica e, più ingenerale della relazione tra contesto e senso, senza tralasciare le conseguenze positive e negative del fraintendimento, del tradimento bonario delle intenzioni, della storia degli effetti e ricordato il primo ascolto.

Possiamo certamente affermare che la traccia di cui ci stiamo occupando da qualche rigo aveva un significato particolare per l’uomo con la valigia e per la nostra innominata, legato a vicende esistenziali, a ricordi di varia intensità, tono e interpretazione – fenomeno peraltro, tutt’altro che raro in giovane età – oltre che a un comune giudizio estetico.

Mentre ascoltava alcune strofe, non ne era sicuro, ma dovevano essere pressappoco le stesse che egli le aveva cantato quella volta, ebbe la tentazione di riscriverle apportando alcuni cambiamenti e di inviargliele a mo’ di inboccallupo.

Quando ci incontrammo, dopo anni, l’uomo con la valigia – in quel momento l’aveva ancora, e questo amplifica la fortuità dell’incontro – mi raccontò di un periodo della sua vita passato su un’isola dell’oceano indiano, in cui, pur non essendolo, si era sentito come un naufrago, lui, la sua valigia (le sue valigie) e un architetto. Mi raccontò di una persona cui teneva molto e che gli era vicina pur a migliaia di chilometri di distanza.
Prima di salutarci mi canticchiò quelle strofe.
Non l’avrei più rivisto – ne ero sicuro – né dimenticato.
Per questo ve le propongo, sperando che la memoria non mi stia tradendo più del lecito:

Quando ti taglieranno a pezzetti
Il vento li raccoglierà
Il regno dei ragni cucirà la pelle
E la luna tesserà i capelli e il viso
E il polline di dio
di dio il sorriso

E non aspetterò domani per avere nostalgia
signora libertà
signorina fantasia
così preziosa come il vino
così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbio e di bellezza

A suivre .

*Per approfondire la questione annosa della relazione tra il contesto e il senso, consigliamo il lettore di ascoltare l’intero album F.De Andrè, Storia di un impiegato, Edizioni Musicali Emi, 1972. e dedicare un minuto di silenzio alla memoria delle vittime del cinismo che alberga in qualche modo e sotto varie forme in tutti gli animi umani, e non sono da escludersi angeli, demoni, dei, dee e cortigiani ed ex (per fortuna e a prescindere) presidenti del consiglio.