Category Archives: Uncategorized

la cartamoneta e la cioccolata. o della sabbia

All’Educational Bookshop in El Saladdin a Gerusalemme Est hanno le agendine di cui Reema e Ahmad hanno bisogno e che a Gaza sembra siano introvabili.

Un favore da poco.

E poi giusto di fronte c’è un coffee shop dove hanno i Ferrero Rocher, i Raffello e le Palle di Mozart di cui Reema e tutto lo staff vanno pazzi.

Adorano tutti il cioccolato, ma se viene dall’altra parte del muro, da Israele o dalla West Bank, è molto molto più buono di quello che passa da sotto i tunnel con l’Egitto.

Un occhio superficiale come il mio li giudicherebbe uguali. Ma la Nutella, prodotta da Ferrero UK, che ho comprata da una settimana dal “Rabbino” (potrebbe esserci offesa peggiore per un commerciante gazawi con i prezzi un po’ alti?) sotto casa, di fronte al porto di Gaza, con tutta evidenza sbucata dalle sabbie di confine con l’Egitto, è ancora piena a metà.

Non l’hanno divorata come qualsiasi quantità di cioccolato che porto al ritorno a Gaza.

Mentre pago le due agendine il negoziante, sguardo sveglio e baffo simpatico, mi chiede se vengo da Gaza. “Sì”, rispondo, “come l’hai capito?”. E penso: l’acqua salmastra e rossiccia che esce dai miei rubinetti ha dato un colore strano alla mia pelle, facilmente riconoscibile; è dei servizi segreti; è un mago. Qualcuno ha parlato.

Mi scioglie il dubbio. I miei soldi sono sgualciti. Eccessivamente logori.

Sono New Isreli Sheqel. La soldi israeliani. Come solo quelli di Gaza. Che non escono più quando entrano o non entrano. Girano sempre fra le stesse mani a sfinimento, a meno che non arrivino nelle mie o di quelli come me. Che possono entrare e uscire – non che sia una passeggiata.

Basta avere un passaporto e uno stato che li possa emettere. Il passaporto e la carta moneta.
Un passaporto dove c’è scritto chi sei e dove sei stato. E la carta moneta per comprare agendine o cioccolato che non sia spuntato dalla sabbia. Indubitabilmente più buono dello stesso cioccolato, prodotto dalla stessa azienda, acquistato a Gerusalemme. Che sia la sabbia?


Advertisements

2042

2042

A voler essere estremamente coinciso ti dirò che non avevo dubbi – ne ho, ma non ti annoio oltre svelandoti inutilmente giochi che conosci meglio di me!

Dall’ultima volta che ci siamo visti ho preso più di una aereo, è sicuramente caduto più d’un governo (a caso), siamo diventati democratici, boicottammo le olimpiadi di Mosca, Berlino, Istanbul, Città del Capo, Tripoli e Hong Kong perché probabilmente avevano finito lo yogurt al mirtillo (o alla banana?). Non ho fatto esami nel frattempo; tuttavia, dando credito all’adagio che non ti ripeto, suppongo che non siano finiti. Non per te. Non per me.

Sembrerebbe, così superficialmente, che conduciamo vite diverse, vivendo a migliaia di chilometri, e che le abbiamo condotte per tutto questo tempo. Superficialmente. Suppongo che saremmo egualmente accecati, guardando una diversa superficie dello stesso sole, e del resto non lo abbiamo sempre fatto? E sì perché ieri ho mangiato una pizza margherita e sto per andare al mare come probabilmente stai facendo tu in questa estate del 2042.

Nonostante il buco dell’ozono sia ormai un capitolo marginale delle note a margine di quelle che una volta chiamavamo schede d’approfondimento dei libri di testo – ancora faccio fatica ad accettare che i libri siano ormai stampati su tavolette d’argilla sub-atomica vulcanizzata, sebbene ancora oggi mi compiaccia del fatto che esistano ancora i libri, in barba ai nostri timori d’allora. E mentre scrivo mi tornano a tremare le vene del ricordo di quella paura d’allora; che poi è la paura del futuro e l’incertezza legata al proprio desiderio di reclamare una propria esistenza. Mi torna in mente il mondo possibile e la vita davanti di quando ero universitario, di quando, venendo da tutt’altre esperienze (esperienze di studio, in gran parte, quindi non completamente tali oppure tali ma solo di carta) scoprivo le menti eccelse e le possibilità del pensiero, fosse dialogico o teocratico, fisso o disgregato, alto e confuso, e quasi percepivo il contatto con quelle menti allargare a forza la mia, che ho sentito talvolta quasi lacerata da un forcipe. Che stupidi eravamo (ti associo a me solo per l’affetto verso di te, lo stupido ero io e tu se vuoi mi potrai affiancare). Che stupido sono perché l’aspetto esteriore dei libri è lo stesso, stessa consistenza, stesse orecchiette, stesso odore di inchiostro – sebbene non ve ne sia più traccia – e di muffa – quella è ancora vera. Ricordo il timore che ci infilassero prima o poi una scheda di memoria nel cervello con un jack sulla base del cranio. Non è successo nulla di questo e ancora possiamo dimenticare le cose e non abbiamo una funzione di ricerca a cui appellarci, se non quella della nostra memoria, e ancora possiamo ricordarle, bene, male, alla bisogna, trasfigurarle e soprattutto fraintenderle. Certo, il jack nel cervello ce l’ho – è stata una breve moda -, ma non lo uso molto, sporge un poco dalla base del mio cranio ed è utile solo per ricordare la lista della spesa e risparmiarmi la pietosa ricerca della penna nelle mie solite infinite tasche per cancellare il pomodoro e gli spaghetti dalla lista segnata su un ritaglio accartocciato, con il risultato finale di farmi sfuggire il limone, che era poi la ragione dell’andare al supermercato – anche quelli esistono ancora!

Incredibile, mi ricordo mia madre!

Ricordo che una volta mi scrivesti – era il 2008: “E sì che sono ancora viva!!”. Ho deciso di risponderti oggi. Non c’è una ragione per farlo adesso e non ci fu un motivo per il quale non lo feci allora. Semplicemente, iniziai e poi mi persi in percorsi contorti e argomentazioni che volevano semplicemente rispondere alla domanda che mi facevi verso la fine di quelle due righe: un semplice come stai e quando tornerai. Volevo risponderti altro con molte parole e con la mia capacità di confondere le acque con toni semi-seri fatti di fughe nel pecoreccio e ritirate nell’aulico strampalato.

La verità è che siamo stati fortunati e ancora lo saremo, con diverse sfumature. La verità è che il futuro non mi fa paura, ma, per fortuna, non mi è più e non mi è ancora indifferente. Se ben ricordo proprio in quel periodo il futuro stava smettendo di farmi paura e allo stesso tempo cominciava a interessarmi con una forma di cura che non riuscivo ad approcciare in precedenza e che invece si disvelò quasi all’improvviso – ma qui il ricordo appiattisce ed è sicuramente un po’ bugiardo – , con leggerezza. Ricordo chiaramente quella “donna” – le virgolette sono un residuo di vendetta sbiadita che esercitai per anni contro il sostantivo con cui ella si rivolse a me e che mi pesò, in quel momento, come un macigno pesante – che mi chiamò uomo mentre mi diceva di non amarmi e ciononostante non voleva perdermi perché ero importante, prezioso, mai banale, diverso dai molti figuranti che le scivolavano accanto nella vita nomade che conducevamo. Fu l’appellativo uomo a traumatizzarmi, a chiudermi lo stomaco e a farmi tremare le gambe, sebbene fossi saldamente seduto. Il “non ti amo” e l’attrazione che provavo verso di lei – non l’ho più provata così forte – mi assordavano coprendo il trauma della perduta fanciullezza.

Qualche mese dopo, in un letto ho ricevuto un romanzo di Diderot sul quale si poteva leggere “a uno dei pochi uomini liberi che conosco”. Non lessi mai quel libro, e non ricordo il volto della donna che me lo diede. È curioso non ricordare il volto della donna più importante della mia vita. Una seconda madre. Quando lessi quella parola non ci trovai nulla di strano a collegarla con me. Con quella dedica venne alla luce [la consapevolezza d’ essere diventato] un uomo. Mia madre aveva partorito un bambino che, prima o poi, dovevo uccidere io stesso, ma avevo bisogno ancora una volta di una levatrice.

Ricordo ancora la curiosità nelle parole di molti per la vita che conducevo allora, che talvolta sconfinava in un’ammirazione – che trovavo fuori luogo – al confronto con la loro normale quotidianità. Mi sono sempre ritenuto un egoista. Ricordo che mi lambiccavo per le cose quotidiane, iniziavo a pensare a una casa da comprare anche se non ci avrei vissuto, e ricercavo in qualche modo una una persona cui affidarmi e progettare oltre la mia individualità e questo mi accomunava – nei miei pensieri – alla vita di chi mi guardava con curiosità. Il fatto di vivere in posti sempre diversi, diverse nazioni, il fatto di prendere aerei con la frequenza di un bus circolare, di vivere e lavorare in una lingua diversa dalla mia, di vivere a termine culture e costumi diversi dai miei non mi facevano avvertire nulla di inconsueto.

La scelte e la possibilità di esercitarle con un certo grado di libertà, avendone i mezzi umani e materiali – rimango sul terreno pragmatico e non mi avventuro in considerazione profonde o psicologiche o antropologiche o filosofiche [1] – allo stesso modo mi faceva sentire molto più vicino al mondo da dove provenivo che a quello in cui abitavo pro-tempore. Ho sempre percepito l’abisso che mi separava dai profughi, poveri, disperati e figli delle guerre che, per mia fortuna, ho soltanto sfiorato. E non sono mai riuscito a inclinarmi verso di loro e condividermi, se non superficialmente, non sono mai riuscito a sentire, comprendere. Non mi sono mai inclinato verso questa umanità, non ho avvertito l’agape, e sono stato risparmiato dal clinamen e non sono mai stato veramente dalla parte degli ultimi, come se in ciò ci fosse un merito o un destino prelibato. Non ho mai voluto né pensato di salvare il mondo. Ho sentito la distanza da loro, e ho sempre sperato che trovassero in sé la forza di migliorare la propria condizione. Io non ho mai amato l’umanità, riesco – talvolta – soltanto ad amare essere umani, uno per uno, con il rammarico di non poter e di non saper dedicare loro il tempo che meritano e richiedono, che meriterebbero. Ne ho amati alcuni, forse molti di quelli che ho incontrato, ed essi mi hanno donato il loro tempo con gratitudine e sorpresa.

Tra questi tu hai un posto speciale. Ancora oggi. Anno del signore 2042.

Ma adesso mi torna in mente esattamente – perdonami per questo avverbio sicuramente azzardato – il momento in cui finivo di leggere quella tua mail e, insieme, la ragione per cui ti rispondo oggi mentre non ci riuscii allora. Iniziai a scrivere immaginando di risponderti 34 anni dopo senza presentarti nessuna motivazione per il ritardo. Tralascio la parte iniziale, che somiglia terribilmente a quanto hai appena letto, e ti rimando solo la conclusione:

“A questo pensavo mentre finivo di leggere le tue righe – pensavo anche a molto altro, per la verità, e molto non ricordo, altro è noioso. Altre cose ancora direi che mi pensavano, piuttosto, come a testimoniare la ricchezza dispersa e concentrata che siamo, a condannare il pensiero stesso degli altri e di me stesso come astrazione impenitente e agghiacciante, quasi un grazie e quasi a dire che sono i limiti robusti a dare il valore delle cose, a dare un senso, a creare il movimento. E la confusione sventolante.

L’aroma del caffè, l’eccitazione degli abbracci stretti, addìo, la vie en rose, l’indirizzo, le chiavi e l’estate del 69, sì ma quali, il giapponese fumante, sì le chiavi, la stanchezza, il viaggio, le aragoste vive, la coda si muove, 200 dollari, la peggiore zanzara e le donne più belle, il ritorno e la danza, l’organizzazione, il banchetto del pesce, porte aperte, gli anni ottanta e l’approssimazione, l’assenza l’emergenza e il ghiaccio, quel che manca, il taxi, vasca lussuriosa, il mare dall’alto e dal silenzio, l’amore e la supercazzora, la traduzione della spesa, la Casa dei sogni e la villa per la vecchiaia, la colazione, le brutte sorprese, l’arrampicata, la corsa contro il tempo, l’amore dell’oblio, il vino e le fragole affumicate, il dio della montagna. Ti ricordi? Il mondo osservava stralunato. Il tramonto senza lutti.

Il lutto?

La vanità del giudicare,

dal viaggio in viaggio, e

il viaggio e la Necessità

mi cullano imperterrite. Impossibile

sapere, sapere dove si è, e

non sospetto nemmeno

dove un dove sia.

La poesia..

L’avvicinamento, e non il piombare, chiamalo viaggio, e

Allontanarsi,

come la solitudine, come uno scherzo.

Come la morte che s’annuncia per non essere dimenticata.

Come la morte che arriva a spezzare fili interrotti e

presuntuosi e

che ci parlano

d’infiniti domani e

suggeriscono un sempre senza speranza.

Tuttavia – ripetevi – e

domani, e

non voglio ma non posso.

Come la blasfemia

e il viceversa.

Atterrita, come il sole indifferente. Come la fortuna. Come

un incontro.

Ho fatto del male e non ti punirò.

Coscientemente. Mi hai fatto male. E la è coscienza sublime ed assetata..

Mi penserai, un giorno, ma non ti renderanno il favore né la grazia.

E se nessuno s’avventura nello stupido deserto che sei,

vorrai vederli accomodare, anche solo per un giretto.

Sulla giostra che vorresti comandata (o comandare?).

Mentre seduta ad un bancone qualsiasi dispenserai sorrisi

indifferenti

alla voce che vorrebbe impressionarti con parole vuote – persa in un bar Atene.

Mentre il tempo ti scorre dentro lasciando tremolii ammuffiti

e verdastri. Come uno svanire. Come

un precipizio.

Come un pervertire i sogni di un gattino. Dove sei adesso.

Taci con il coraggio che ti manca.

E con lo stesso coraggio parla al silenzio della morte, del viaggio, del sole che ti spaventa ed eccita.

Il silenzio che non spaventa solo l’incoscienza dei saggi e

degli innocenti.

Il piacere della condanna, della misericordia negata non ti abbandonerà le dita.

La disperazione non ti consola.

Vengano signori. Venga.

La finitezza. Io l’immagino come un’opera incompiuta. In ciò che manca sta la ricerca, la meraviglia dell’immenso e del normale, l’argomentare concordante, la rabbia che assorda, un cucciolo che ricorda la dolcezza, la distanza e il ritardo. E le domande. Quelle che ammettono e ti chiedono infinite risposte.

Io porto il vino. Sì, ma Hegel?

Ti adoro.

D[2]


[1] Che la nostra vita sia condizionata dall’enorme libertà e dalle possibilità delle scelte che ci sono state date fin da piccoli e’ un’evidenza che andrebbe discussa – e non lo faremo; che la libertà sia una splendida bestia e che tutti ambiscono ad averla nelle proprie scuderie per poterla cavalcare – anche questo non discuteremo; che domare e cavalcare la bestia, immaginiamoci uno splendido puledro, sia difficile non staremo egualmente a discuterlo; che siamo chiamati a cavalcare un puledro indomabile e’ già argomento più attraente da sviscerare; che quella bestia o, se vogliamo, quel puledro, siamo noi stessi e’ affermazione tanto lampante quanto impossibile da affrontare qui: chiedo fiducia.

La libertà ha molte facce, e se di solito ci incantiamo a guardarne il volto suadente e sorridente, quello che ci promette mari e monti; poi la libertà stessa ci chiama a conquistarceli quei mari e quei monti, e spesso son dolori, e spesso malediciamo quell’essere in bilico e quel poter percorrere strade che ci sembrano belle, larghe spaziose e comode sulle prime, e che, tuttavia, si rivelano perlomeno il contrario e soprattutto terribilmente in salita appena mosso il primo passo. E allora?

[2] “Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale”: se lo scrittore ha dimostrato talento, può dirlo con orgoglio diabolico, compiaciuto e sbruffone, e con tono candido. E disarmante. Perché sempre rimarrà il dubbio.

E in fondo che cos’è l’amore se non una menzogna con il massimo grado di realtà? E ogni storia è come quelle sull’origine dell’Universo: nessun testimone, nemmeno indiretto, eppure ci raccontiamo di un’esplosione da cui Tutto ebbe origine, e ci crediamo. Tanto testimoni non ce n’erano. Non a favore né contro.