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la cartamoneta e la cioccolata. o della sabbia

All’Educational Bookshop in El Saladdin a Gerusalemme Est hanno le agendine di cui Reema e Ahmad hanno bisogno e che a Gaza sembra siano introvabili.

Un favore da poco.

E poi giusto di fronte c’è un coffee shop dove hanno i Ferrero Rocher, i Raffello e le Palle di Mozart di cui Reema e tutto lo staff vanno pazzi.

Adorano tutti il cioccolato, ma se viene dall’altra parte del muro, da Israele o dalla West Bank, è molto molto più buono di quello che passa da sotto i tunnel con l’Egitto.

Un occhio superficiale come il mio li giudicherebbe uguali. Ma la Nutella, prodotta da Ferrero UK, che ho comprata da una settimana dal “Rabbino” (potrebbe esserci offesa peggiore per un commerciante gazawi con i prezzi un po’ alti?) sotto casa, di fronte al porto di Gaza, con tutta evidenza sbucata dalle sabbie di confine con l’Egitto, è ancora piena a metà.

Non l’hanno divorata come qualsiasi quantità di cioccolato che porto al ritorno a Gaza.

Mentre pago le due agendine il negoziante, sguardo sveglio e baffo simpatico, mi chiede se vengo da Gaza. “Sì”, rispondo, “come l’hai capito?”. E penso: l’acqua salmastra e rossiccia che esce dai miei rubinetti ha dato un colore strano alla mia pelle, facilmente riconoscibile; è dei servizi segreti; è un mago. Qualcuno ha parlato.

Mi scioglie il dubbio. I miei soldi sono sgualciti. Eccessivamente logori.

Sono New Isreli Sheqel. La soldi israeliani. Come solo quelli di Gaza. Che non escono più quando entrano o non entrano. Girano sempre fra le stesse mani a sfinimento, a meno che non arrivino nelle mie o di quelli come me. Che possono entrare e uscire – non che sia una passeggiata.

Basta avere un passaporto e uno stato che li possa emettere. Il passaporto e la carta moneta.
Un passaporto dove c’è scritto chi sei e dove sei stato. E la carta moneta per comprare agendine o cioccolato che non sia spuntato dalla sabbia. Indubitabilmente più buono dello stesso cioccolato, prodotto dalla stessa azienda, acquistato a Gerusalemme. Che sia la sabbia?


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Lullaby.

Quando una rossa rossa viene colta, una vita viene spezzata da qualche parte.

…and there is nothing I can do
when I realize with fright
that the spider-man is having me for dinner tonight!

I soldati hanno lanciato volantini con una rosa rossa disegnata sopra.

Notizie e smentite.

Oppure

Quando sa che sto per uscire da Gaza il dottor Omar mi dice secco:
– stai scappando vero?
L’espressione è sorridente ma il tono urtante o urtato – non so bene. Accusatorio?
– No, vado solo un paio di giorni a Gerusalemme, per la Pasqua, e rientrerò quando riaprono la frontiera di Erez, martedì prossimo.

– I soldati ieri hanno lanciato dei volantini con una rosa rossa sopra. Sai che vuol dire?
– No. I don’t.
– È un messaggio usato dalla mafia russa. Quando ti recapitano a casa una rosa rossa significa che ti hanno condannato a morte. Che hai giorni contati.
– ….
– Anche in Bulgarìa lo usavano. Anche il personale dell’UNRWA si sta preparando ad evacuare. Attaccheranno. Sai? Dopo l’attacco dell’anno scorso, rientrato nella casa – io abito vicino a Reema, al nono piano, ho trovato dei pezzi di cervello entrati dalle finestre rotte. Rosso scuro come i petali di rosa secchi.

Partirò domattina presto. Il valico di Erez chiude prima per le festività pasquali. Un paio di giorni a Gerusalemme cercando di dimenticare l’essenziale. Se il tempo assiste forse un bagno a Tel Aviv.

Reema ha paura. È andata a prendere i bambini per portarli al parco.

Ho preparato la valigia come dovessi star fuori ben più di 4 giorni.
Come se non dovessi tornare?
Ho rimesso un po’ di vestiti nell’armadio. Sto fuori solo 4 giorni, del resto.
E io ho paura?

Ricetta per gli spaghetti Abo Haseera (ricetta italo-gazawi). O dell’essenziale.

Cercare il biglietto da visita di Abo Haseera (ma dove accidenti l’avrò messo! Era qui!).

Chiamare Lorenza che sicuramente ha il numero.

Ordinare un chilo e mezzo di ghambari and kalamari with red sauce ad Abo Haseera – Moneer, per l’esattezza, il quarto della fila, quello con l’insegna a forma di barca, fuori in alto sulla via: è il migliore.

Cercare tra i vali appartamenti dell’Abo Ghalion dove ho lasciato la padella grande, quella fonda.

Prendere i due barattoli di pomodori pelati acquistati ad Ashkelon, nel centro commerciale a pochi chilometri da Erez, olio e cipolla.

Farli soffriggere un po’ aggiungendo sale QB. Rispondere al telefono e scendere da basso per ritirare ghamabri e kalamari with red sauce, la zebdia e le grilled denise.

Aggiungere i ghambari e kalamari in red sauce nella padella dove il pomodoro sta cuocendo.

Nel frattempo abbiamo messo a bollire l’acqua. Aggiungere sale QB e buttare la pasta: 1,3 KG di spaghetti Barilla n.7 acquistati da Al Noor 2 – il rabbino purtroppo ha solo marche assurde dal nome che vorrebbe sembrare italiano.

Far bollire per un po’ meno degli 11 minuti prescritti (al dente e meglio).

Scolare la pasta e aggiungerla alla salsa.

Saltare per pochi minuti.

Ed ecco la pasta alla marinara Abo Haseera è pronta (si può aggiungere il peperoncino, ma la salsa è già speziata).

Arriveranno 10 persone e qualcuno avrà del vino bianco, forse birra.

La colonna sonora è dei CSI.

La mia attenzione è rapita dalla versione straziata, dilaniante e sempre dolce di E ti vengo a cercare.

Il segreto per l’ottima riuscita è ritirarsi quando dalla chitarra escono gli accordi di Ufo Robot, per andare a sognare. Sognare l’essenziale. E un bacio ancora.

Sognare l’essenziale.

È venerdì mattina. Sveglio alle 9. Per la verità il telefono mi ha svegliato e una voce mi ha invitato al mercato di Rafah, ma il mio bofonchio l’ha fatta desistere. Chiamerà dopo.

Il cappuccino ha una schiuma di consistenza perfetta. E poi c’è ancora un po’ di caffè caldo. E se voglio ne posso fare ancora (più di un chilo). Dopo il caldo dei giorni passati la temperatura si è abbassata un po’ e indosso una tuta nera e arancio; arancio come l’interno della tazza.

C’è un sole un po’ timido e il mercato del pesce ormai si sta svuotando.

Dal pacchetto mancano due sigarette.



Internet funziona e c’è corrente.

Più tardi un bagno molle e rilassato (se non va via la corrente) e la barba.

Dovrei andare a pranzo da una compagna di corso di arabo, ma non ho voglia (la verità è che non la sopporto).

Più tardi dovrò lavorare. C’è ancora un sorso di caffè.

Manca poco per la perfezione.

Manca appena l’essenziale e tutto il resto lo trovi anche Gaza.

l’ellera

Sulla sinistra un giovane cappuccino parla, o meglio, scherza con un vecchio musulmano dalla barba bianca e lunga.

Sulla piazza davanti alla basilica della Natività di Betlemme c’è posto per parcheggiare. L’aria punge un poco ma non è fredda veramente, sono io lievemente influenzato. Alcuni ragazzi e famiglie stanno sulle panchine a chiacchierare mangiando granturco arrosto. Dall’altro lato della piazza, proprio di fronte al complesso cristiano c’è una moschea con davanti due palme fatte di luminarie. Al fianco della moschea sale una stradina da centro storico, decido di percorrerla. I girarrosti sulla destra girano a tutto “spiedo”, poco più su un ragazzo seduto mi invita in italiano, spagnolo e inglese a visitare il suo negozio di souvenir e mi mostra una sciarpa molto simile a quella verde pistacchio che porto al collo, una pashmina comprata nell’emporio statale di Jaipur, in Rajastan e che doveva essere un regalo.

Guardo dall’altra parte mentre mi stringo nella giacca di pelle per scacciare via l’umidità che naturalmente attira.

Proseguo per alcuni metri, la stradina si stringe, è piena di negozietti che vendono TV, frigoriferi, vestiti, e poi parrucchieri, altri negozi di souvenir. Passa un Peugeot degli anni 60 con il cassone pieno di polli, spargendo piume e strombazzando per avvertire del suo passaggio.

Si apre la piazzetta del mercato, di quelle tradizionali – mi viene in mente il mercato vicino a ponte Rialto a Venezia – con la tettoia al centro a coprire enormi massi di marmo dove macellare la carne ed esporre la merce. Sono quasi vuoti in realtà, con i rimasugli di cartone e fogliame. Intorno a questo centro c’è la frutta, la verdura e decine di agnelli sgozzati, ripuliti, scuoiati, appesi nei negozi che girano tutto attorno a quella tettoia. C’è un forte odore d’arancia, un macellaio sta tagliando un’enorme fegato di bovino, di fianco un ragazzo prega inginocchiato in avanti sopra al suo tappeto rosso.
Oggi è il primo giorno dell’Eid Al Adha, la festa del sacrificio, la più importante festa musulmana. Per questo sono uscito stamattina da Gaza, per la prima volta dopo un mese.

Ad Azzam, il mio amministratore gazawo, che mi chiedeva cosa avrei fatto in questi giorni di vacanza e santi, avevo risposto che sarei andato a Gerusalemme e poi a Betlemme.
Fai bene a uscire un po’ tu che puoi.
Vado solo a Gerusalemme e poi mi fermo a Betlemme a casa di un’amica, è qui vicino.
Anche a me piacerebbe, basta che sia fuori Gaza.

E poi recita una formula augurale, è molto religioso, ogni tanto mentre parliamo, se mi giro, sparisce per ritornare dopo pochi minuti riallacciandosi le scarpe dopo la preghiera.

Il taxi giallo mi attende puntuale alle 9 e mezza. Si dirige abbastanza velocemente, senza traffico, verso il nord della città. A parte le buche sulla strada che non vengono riparate per mancanza di materiale da costruzione, non si avverte la distruzione, però, isolato dopo isolato aumenta la sensazione di povertà, sembra di viaggiare nel tempo, incontrando macchine via via più vecchie e scassate e avvertendo nettamente l’aumento dei carretti trainati da piccoli e maltrattati ciuchi a creare mini ingorghi per il solo fatto di esistere nella strada

Uscendo dalla periferia nord della città si vedono molte strutture di cemento armato collassate dalle bombe dello scorso gennaio.

Al check point di Hamas si fa in fretta, un rapido controllo al passaporto, i dati riportati su un foglio bianco a penna, “dove abiti?” e “sei un giornalista?” e via; la macchina si muove lenta lungo una strada distrutta per mezzo chilometro in una sorta di pre-terra di nessuno, incrociamo una ruspa che sposta macerie da un lato all’altro egualmente pieni calcinacci e distrutto. Il viaggio è finito. Devo mostrare il passaporto ad un altro ufficio sistemato in un container:
Giornalista?
No. Ngo.
Have a good day.

La lingua di quarzo rosso che conduce al terminal israeliano si percorre a piedi in 10 minuti. Quando ero entrato per la prima volta era ancora in costruzione e gli operai al lavoro si offrivano di portarti la valigia per 20 sheqel, la moneta israeliana usata anche a Gaza e Cisgiordania. Questa è veramente terra di nessuno.

Qualsiasi persona che si avvicini a meno di tre, quattrocento metri dal confine israeliano fuori da questa striscia di cemento e ferro riceve fucilate di benvenuto. Senza eccezione. Evitano i colpi d’avvertimento. Vanno al sodo, ferendo o ammazzando, dipende dalla mira di giornata.

La prima volta che si esce da Gaza mi è stata descritta come un mezzo trauma da alcune persone.

Sulla porta grigia c’è scritto solo che mi controlleranno fisicamente i bagagli per questioni di sicurezza.

Entro. Davanti a me due tavoli di legno abbandonati, una cancellata e due porte con metal detector.

Entro. Il metal detector comincia a rumoreggiare. Ovviamente non so che fare. Una voce al citofono mi aiuta dicendomi di tornare indietro e aprire i bagagli.

Esco. Eseguo il compito diligentemente e aspetto. Dopo due minuti una voce dice qualcosa. Ebraico? Arabo? Certamente non inglese. Rimango fermo.

Ti ho detto di entrare. Che fai lì fermo? (questa volta in inglese).

Chiudo i bagagli.

Entro. Porta girevole, altri 100 metri di terra di nessuno. Sono nel terminal vero e proprio. La parete di metallo grigio ha sette porte numerate. Quella in fondo sulla destra è aperta.

Entro. Devo aprire i bagagli svuotare le tasche e togliere la cintura – ma posso tenere l’orologio -, aprire il computer. E aspettare. La luce diventa verde.

Entro. La porta a vetri si chiude dietro di me. Si apre una capsula vetrata.

Entro. Si chiude la capsula. Davanti a me una figura mi indica la posizione da tenere. Gambe larghe, braccia aperte in alto. Una voce mi chiede se riesco a sentirla – sì, confermo – e di adeguarmi di più all’omino della figura: i piedi esattamente sulle orme gialle a terra e le braccia più in alto e più aperte. Due bracci meccanici mi ruotano veloci intorno – sono i raggi X. Posso andare.

Esco.

Entro in uno scompartimento basso tra due porte. Si chiude la porta dietro di me. La voce, che adesso ha anche un corpo che mi osserva dagli uffici a vetro in alto, mi chiede che cos’ho nel taschino della camicia.

È il mio passaporto. Lo mostro. Si apre la seconda porta. C’è il nastro dove passano i vassoi usati per il controllo bagagli. Aspetto un po’, ma sono vuoti. Un portantino mi dice che devo passare dall’altra parte della porta girevole.

Entro. C’è l’ispezione fisica dei bagagli. L’unica cosa di cui avvertivano e di cui in qualche modo si scusavano all’ingresso del terminal. La signorina addetta ha l’aria lievemente schifata, rovista a casaccio ed è piuttosto indelicata con le mie camicie. Estrae L’indignazione di Philip Roth, nuovo e ancora avvolto nella plastica. Lo rigira nelle mani e cerca di aprirlo, ma i guanti di plastica, simili a quelli che si trovano sul bancone della frutta nei supermercati, rendono difficile l’operazione. Decide che non è pericoloso e desiste. Posso andare.

È sparita la cintura. Me ne accorgo solo dopo. Ormai è tardi.

Non che abbiano fatto neanche finta, ma all’ingresso ufficiale in Israele – la sala d’aspetto del controllo passaporti – il cartello dice semplicemente: “Entry to Israel”; si sono risparmiati il Welcome.
Giornalista?
– No. Ngo.

Esco dal terminal.
Esco poi dall’ultimo cancello che dà sul parcheggio. Il taxi è in ritardo. Il comitato dei familiari di Gilad, un soldato israeliano sequestrato più di 3 anni fa da Hamas, mi consegna un appello. Mi chiedono di fare la mia parte una volta rientrato a Gaza, facendo sapere che la sofferenza della gente di Gaza è dovuta in gran parte ad Hamas che non lo libera (il soldato) e che lo tiene in ostaggio (insieme al proprio popolo). Che la sua detenzione è contraria ai diritti umani, alla convenzione di Ginevra e ad altre leggi internazionali; che è contrario ai diritti umani il fatto che non sia permesso alla Croce Rossa di visitarlo né alla sua famiglia di avere comunicazioni con lui.

Omero racconta che la guerra di Troia scoppiò a causa del rapimento di Elena, regina di Sparta, la donna più bella del mondo, da parte di Paride, che scatenò l’ira di Menelao e Agamennone e una guerra e un assedio di 10 anni. Alla fine Troia fu distrutta, rasa al suolo, ma la guerra si portò via eserciti interi e l’invincibile Achille.

L’appello mi ricorda, nel caso sia europeo, che anche Gilad è europeo come me, perché possiede anche un passaporto Francese. Gilad ha 22 anni ed era uno studente bravo, serio e un po’ timido. Due o tre giorni fa sembrava che la liberazione, in cambio di 1000 palestinesi nelle carceri israeliane, fosse cosa fatta. Così non è stato. Non ancora, almeno.

Sono perplesso. Deve vivere una condizione terribile. Ripenso all’Iliade. Non penso che andando in giro per Gaza diffondendo queste considerazione potrei ottenere altro che mettermi nei guai. Ho il dubbio che chi fa parte del popolo (o dello stato) che ha costruito un muro tutto intorno a Gaza e non lascia uscire sostanzialmente nessuno possa poi essere credibile nel dire ai gazawi che sono tenuti in ostaggio da Hamas che quel muro non l’ha costruito.

Non penso la gente di Gaza sia molto sensibile a queste argomentazioni. Le persone che incontro e con cui ho parlato sono piuttosto rassegnate e restie a parlare di politica. Vicino a uno degli asili dove sta lavorando il mio progetto c’è un buco largo dieci metri e profondo tre dove prima c’era una moschea, abbattuta dai bombardamenti. Le versioni contrastano: quella delle bombe è che le moschee erano in realtà rifugi o arsenali di Hamas. L’asilo sta un po’ sprofondando e non ha un muro né una finestra sana, ma è ancora aperto: lo frequentano 230 bambini ogni giorno, sperando evidentemente nel meglio.

Evitano anche di parlare dell’ultima guerra: l’operazione piombo fuso: 3 settimane di bombardamenti, seguite da un’avanzata sul terreno senza intenzione di conquista, che si sono lasciate dietro circa un migliaio di morti civili e qualche centinaio di miliziani di Hamas – le contabilità variano sia in termini assoluti sia qualitativi: i poliziotti sono da mettere nel conto dei civili o dei miliziani? – , e 9 soldati israeliani, con una storia simile a quella di Gilad, – 4 morti di fuoco amico.

Ho letto che “piombo fuso” è un’espressione presa dalla tradizione della Torah ed era uno dei 4 modi di infliggere la pena di morte: prima si portava il condannato quasi al soffocamento tirando due teli intorno al suo collo in direzione opposta, costringendolo ad aprire la bocca; a questo punto il boia faceva scendere il piombo fuso in gola fino alla morte.

Non sono un esegeta e non sono sicuro che sia esattamente come ho letto, però rende l’idea della situazione.

Sono perplesso e mi viene in mente che l’appello che ho in mano non cita il rapporto Goldstone sull’operazione piombo fuso, recentemente approvato dopo varie polemiche dalle Nazioni Unite, con l’opposizione degli Stati Uniti e dell’Italia, tra le altre, e assolutamente disconosciuto da Israele, che del resto non aveva collaborato neanche un minuto con la commissione incaricata.

Il rapporto giudica fondamentalmente spropositata la reazione militare di Israele, sollevava dubbi circa la condotta delle operazioni in contrasto con le leggi e convenzioni internazionali in materia, e sull’utilizzo di armamenti vietati come il fosforo bianco, alcune delle quali potrebbero anche considerarsi possibili crimini di guerra.

Il rapporto muove rilievi pesanti anche contro Hamas e degli altri gruppi che agiscono a Gaza, e giudica la detenzione di Gilad illegale, chiedendone la liberazione immediata e incondizionata. Anche dopo aver ascoltato il padre di Gilad.

Scendo dall’altro lato della piazzetta del mercato di Betlemme e trovo il mercatino dell’EID Al Adha, non si riesce a camminare per la folla. In fondo alla via ci sono le forze di sicurezza schierate, un politico sta facendo un discorso. Non riesco a vedere, ma sento la voce dei megafoni. Ho fame. Non ho mangiato nulla oggi perché sono arrivato tardi a Gerusalemme, dopo le due ore che occorrono per uscire da Gaza, l’autista era in ritardo, poi s’è perso, poi mi sono messo in macchina e poi mi sono perso anch’io sulla Hebron road.

Aspetterò perché voglio mangiare, seduto, una bistecca e bere una birra, dopo un mese. Cerco di tornare alla piazza. Mi perdo e riperdo nelle viette. Decido di comprare una cintura per sostituire quella che ho donato al check point stamattina.

Ricordo di aver visto una bisteccheria salendo verso il centro.
Ritrovo la piazza e dopo pochi minuti mi siedo e ordino una bistecca e una birra. E canticchio una canzone:

“l’amore è
come l’ellera
dove s’attacca more
così così il mio cuore
mi s’è attaccato a te.”

NOTA DELL’AUTORE

A G

NOTA DELL’AUTORE

Fare i conti con il proprio tempo è una falsa questione.

Prima di tutto: qual è il mio tempo, mi domando, quello in cui vivo o quello che vivo?

Immaginavo e ho immaginato cose perlopiù orribili, poi mai accadute. Sono stato spettatore e attore di atrocità e delizie che non avevo immaginato e non avevo osato – le chiamo sorprese.

La storia presuppone un lettore – uno o molti, non fa differenza -, e dei fruitori, una direzione, e una logica che ne presieda lo sviluppo – trascendente o immanente, poco importa.

Io mi sento letto e dominato, abbandonato, talvolta, più che eterodiretto, eppure mi sento tanto fortunato perché scelgo e posso scegliere molto più di altri, oppure posso dire sì, sì, no, no, forse e spero, senza sapere che cosa seguirà o al massimo immaginandolo con scarsa mira – rimaniamo terra terra, non lanciamoci in speculazioni che non mi appartengono più.

Spesso mi sono immaginato poter comprare la figlia di un uomo indiano con uno specchietto e palline colorate, o l’anima di un bambino con un telefono cellulare che fa foto ed emette musica alla bisogna. E ho sentito molte storie simili da persone con cui ho lavorato e che erano il mio tramite obbligato per ricevere queste storie. Per esempio l’uomo con i segni della corda al collo, suicida fallito per non avere da dare le figlie “cum dote” in spose e di cui ti raccontai: sono sicuro che la mia pelle bianca e pochi spiccioli avrebbero potuto comprare una figlia. Dando – o rubando – speranza a buon mercato.

È forse questa la storia di cui parlavo? È forse questa la differenza tra il tempo e il mio tempo? Un tratto del divenire non troppo complesso da interpretare, non troppo esteso, un cantastorie e tu che mi leggi e forse ti meravigli dall’altra parte della Terra di leggere queste mie parole.

Va bene, allora giochiamo a fare i conti con se stessi e con il proprio tempo. Io sarò il mio stesso difensore. Chiedo una condanna al massimo della pena e libertà provvisoria. E prometto, ammetto e confesso che sarò recidivo.

Non so se sperare che tu possa, voglia o debba fare altrettanto. Del fatto poi che la Storia possa andare avanti o da qualche altra parte non ci occupiamo – ti prego: non sarebbe troppo e inutilmente lungo?

Costruire personaggi, cioè bugie credibili più di questo oggetto che indubitabilmente tieni in mano, è il vero talento; dichiararli falsi è la prova del nove.

2042

2042

A voler essere estremamente coinciso ti dirò che non avevo dubbi – ne ho, ma non ti annoio oltre svelandoti inutilmente giochi che conosci meglio di me!

Dall’ultima volta che ci siamo visti ho preso più di una aereo, è sicuramente caduto più d’un governo (a caso), siamo diventati democratici, boicottammo le olimpiadi di Mosca, Berlino, Istanbul, Città del Capo, Tripoli e Hong Kong perché probabilmente avevano finito lo yogurt al mirtillo (o alla banana?). Non ho fatto esami nel frattempo; tuttavia, dando credito all’adagio che non ti ripeto, suppongo che non siano finiti. Non per te. Non per me.

Sembrerebbe, così superficialmente, che conduciamo vite diverse, vivendo a migliaia di chilometri, e che le abbiamo condotte per tutto questo tempo. Superficialmente. Suppongo che saremmo egualmente accecati, guardando una diversa superficie dello stesso sole, e del resto non lo abbiamo sempre fatto? E sì perché ieri ho mangiato una pizza margherita e sto per andare al mare come probabilmente stai facendo tu in questa estate del 2042.

Nonostante il buco dell’ozono sia ormai un capitolo marginale delle note a margine di quelle che una volta chiamavamo schede d’approfondimento dei libri di testo – ancora faccio fatica ad accettare che i libri siano ormai stampati su tavolette d’argilla sub-atomica vulcanizzata, sebbene ancora oggi mi compiaccia del fatto che esistano ancora i libri, in barba ai nostri timori d’allora. E mentre scrivo mi tornano a tremare le vene del ricordo di quella paura d’allora; che poi è la paura del futuro e l’incertezza legata al proprio desiderio di reclamare una propria esistenza. Mi torna in mente il mondo possibile e la vita davanti di quando ero universitario, di quando, venendo da tutt’altre esperienze (esperienze di studio, in gran parte, quindi non completamente tali oppure tali ma solo di carta) scoprivo le menti eccelse e le possibilità del pensiero, fosse dialogico o teocratico, fisso o disgregato, alto e confuso, e quasi percepivo il contatto con quelle menti allargare a forza la mia, che ho sentito talvolta quasi lacerata da un forcipe. Che stupidi eravamo (ti associo a me solo per l’affetto verso di te, lo stupido ero io e tu se vuoi mi potrai affiancare). Che stupido sono perché l’aspetto esteriore dei libri è lo stesso, stessa consistenza, stesse orecchiette, stesso odore di inchiostro – sebbene non ve ne sia più traccia – e di muffa – quella è ancora vera. Ricordo il timore che ci infilassero prima o poi una scheda di memoria nel cervello con un jack sulla base del cranio. Non è successo nulla di questo e ancora possiamo dimenticare le cose e non abbiamo una funzione di ricerca a cui appellarci, se non quella della nostra memoria, e ancora possiamo ricordarle, bene, male, alla bisogna, trasfigurarle e soprattutto fraintenderle. Certo, il jack nel cervello ce l’ho – è stata una breve moda -, ma non lo uso molto, sporge un poco dalla base del mio cranio ed è utile solo per ricordare la lista della spesa e risparmiarmi la pietosa ricerca della penna nelle mie solite infinite tasche per cancellare il pomodoro e gli spaghetti dalla lista segnata su un ritaglio accartocciato, con il risultato finale di farmi sfuggire il limone, che era poi la ragione dell’andare al supermercato – anche quelli esistono ancora!

Incredibile, mi ricordo mia madre!

Ricordo che una volta mi scrivesti – era il 2008: “E sì che sono ancora viva!!”. Ho deciso di risponderti oggi. Non c’è una ragione per farlo adesso e non ci fu un motivo per il quale non lo feci allora. Semplicemente, iniziai e poi mi persi in percorsi contorti e argomentazioni che volevano semplicemente rispondere alla domanda che mi facevi verso la fine di quelle due righe: un semplice come stai e quando tornerai. Volevo risponderti altro con molte parole e con la mia capacità di confondere le acque con toni semi-seri fatti di fughe nel pecoreccio e ritirate nell’aulico strampalato.

La verità è che siamo stati fortunati e ancora lo saremo, con diverse sfumature. La verità è che il futuro non mi fa paura, ma, per fortuna, non mi è più e non mi è ancora indifferente. Se ben ricordo proprio in quel periodo il futuro stava smettendo di farmi paura e allo stesso tempo cominciava a interessarmi con una forma di cura che non riuscivo ad approcciare in precedenza e che invece si disvelò quasi all’improvviso – ma qui il ricordo appiattisce ed è sicuramente un po’ bugiardo – , con leggerezza. Ricordo chiaramente quella “donna” – le virgolette sono un residuo di vendetta sbiadita che esercitai per anni contro il sostantivo con cui ella si rivolse a me e che mi pesò, in quel momento, come un macigno pesante – che mi chiamò uomo mentre mi diceva di non amarmi e ciononostante non voleva perdermi perché ero importante, prezioso, mai banale, diverso dai molti figuranti che le scivolavano accanto nella vita nomade che conducevamo. Fu l’appellativo uomo a traumatizzarmi, a chiudermi lo stomaco e a farmi tremare le gambe, sebbene fossi saldamente seduto. Il “non ti amo” e l’attrazione che provavo verso di lei – non l’ho più provata così forte – mi assordavano coprendo il trauma della perduta fanciullezza.

Qualche mese dopo, in un letto ho ricevuto un romanzo di Diderot sul quale si poteva leggere “a uno dei pochi uomini liberi che conosco”. Non lessi mai quel libro, e non ricordo il volto della donna che me lo diede. È curioso non ricordare il volto della donna più importante della mia vita. Una seconda madre. Quando lessi quella parola non ci trovai nulla di strano a collegarla con me. Con quella dedica venne alla luce [la consapevolezza d’ essere diventato] un uomo. Mia madre aveva partorito un bambino che, prima o poi, dovevo uccidere io stesso, ma avevo bisogno ancora una volta di una levatrice.

Ricordo ancora la curiosità nelle parole di molti per la vita che conducevo allora, che talvolta sconfinava in un’ammirazione – che trovavo fuori luogo – al confronto con la loro normale quotidianità. Mi sono sempre ritenuto un egoista. Ricordo che mi lambiccavo per le cose quotidiane, iniziavo a pensare a una casa da comprare anche se non ci avrei vissuto, e ricercavo in qualche modo una una persona cui affidarmi e progettare oltre la mia individualità e questo mi accomunava – nei miei pensieri – alla vita di chi mi guardava con curiosità. Il fatto di vivere in posti sempre diversi, diverse nazioni, il fatto di prendere aerei con la frequenza di un bus circolare, di vivere e lavorare in una lingua diversa dalla mia, di vivere a termine culture e costumi diversi dai miei non mi facevano avvertire nulla di inconsueto.

La scelte e la possibilità di esercitarle con un certo grado di libertà, avendone i mezzi umani e materiali – rimango sul terreno pragmatico e non mi avventuro in considerazione profonde o psicologiche o antropologiche o filosofiche [1] – allo stesso modo mi faceva sentire molto più vicino al mondo da dove provenivo che a quello in cui abitavo pro-tempore. Ho sempre percepito l’abisso che mi separava dai profughi, poveri, disperati e figli delle guerre che, per mia fortuna, ho soltanto sfiorato. E non sono mai riuscito a inclinarmi verso di loro e condividermi, se non superficialmente, non sono mai riuscito a sentire, comprendere. Non mi sono mai inclinato verso questa umanità, non ho avvertito l’agape, e sono stato risparmiato dal clinamen e non sono mai stato veramente dalla parte degli ultimi, come se in ciò ci fosse un merito o un destino prelibato. Non ho mai voluto né pensato di salvare il mondo. Ho sentito la distanza da loro, e ho sempre sperato che trovassero in sé la forza di migliorare la propria condizione. Io non ho mai amato l’umanità, riesco – talvolta – soltanto ad amare essere umani, uno per uno, con il rammarico di non poter e di non saper dedicare loro il tempo che meritano e richiedono, che meriterebbero. Ne ho amati alcuni, forse molti di quelli che ho incontrato, ed essi mi hanno donato il loro tempo con gratitudine e sorpresa.

Tra questi tu hai un posto speciale. Ancora oggi. Anno del signore 2042.

Ma adesso mi torna in mente esattamente – perdonami per questo avverbio sicuramente azzardato – il momento in cui finivo di leggere quella tua mail e, insieme, la ragione per cui ti rispondo oggi mentre non ci riuscii allora. Iniziai a scrivere immaginando di risponderti 34 anni dopo senza presentarti nessuna motivazione per il ritardo. Tralascio la parte iniziale, che somiglia terribilmente a quanto hai appena letto, e ti rimando solo la conclusione:

“A questo pensavo mentre finivo di leggere le tue righe – pensavo anche a molto altro, per la verità, e molto non ricordo, altro è noioso. Altre cose ancora direi che mi pensavano, piuttosto, come a testimoniare la ricchezza dispersa e concentrata che siamo, a condannare il pensiero stesso degli altri e di me stesso come astrazione impenitente e agghiacciante, quasi un grazie e quasi a dire che sono i limiti robusti a dare il valore delle cose, a dare un senso, a creare il movimento. E la confusione sventolante.

L’aroma del caffè, l’eccitazione degli abbracci stretti, addìo, la vie en rose, l’indirizzo, le chiavi e l’estate del 69, sì ma quali, il giapponese fumante, sì le chiavi, la stanchezza, il viaggio, le aragoste vive, la coda si muove, 200 dollari, la peggiore zanzara e le donne più belle, il ritorno e la danza, l’organizzazione, il banchetto del pesce, porte aperte, gli anni ottanta e l’approssimazione, l’assenza l’emergenza e il ghiaccio, quel che manca, il taxi, vasca lussuriosa, il mare dall’alto e dal silenzio, l’amore e la supercazzora, la traduzione della spesa, la Casa dei sogni e la villa per la vecchiaia, la colazione, le brutte sorprese, l’arrampicata, la corsa contro il tempo, l’amore dell’oblio, il vino e le fragole affumicate, il dio della montagna. Ti ricordi? Il mondo osservava stralunato. Il tramonto senza lutti.

Il lutto?

La vanità del giudicare,

dal viaggio in viaggio, e

il viaggio e la Necessità

mi cullano imperterrite. Impossibile

sapere, sapere dove si è, e

non sospetto nemmeno

dove un dove sia.

La poesia..

L’avvicinamento, e non il piombare, chiamalo viaggio, e

Allontanarsi,

come la solitudine, come uno scherzo.

Come la morte che s’annuncia per non essere dimenticata.

Come la morte che arriva a spezzare fili interrotti e

presuntuosi e

che ci parlano

d’infiniti domani e

suggeriscono un sempre senza speranza.

Tuttavia – ripetevi – e

domani, e

non voglio ma non posso.

Come la blasfemia

e il viceversa.

Atterrita, come il sole indifferente. Come la fortuna. Come

un incontro.

Ho fatto del male e non ti punirò.

Coscientemente. Mi hai fatto male. E la è coscienza sublime ed assetata..

Mi penserai, un giorno, ma non ti renderanno il favore né la grazia.

E se nessuno s’avventura nello stupido deserto che sei,

vorrai vederli accomodare, anche solo per un giretto.

Sulla giostra che vorresti comandata (o comandare?).

Mentre seduta ad un bancone qualsiasi dispenserai sorrisi

indifferenti

alla voce che vorrebbe impressionarti con parole vuote – persa in un bar Atene.

Mentre il tempo ti scorre dentro lasciando tremolii ammuffiti

e verdastri. Come uno svanire. Come

un precipizio.

Come un pervertire i sogni di un gattino. Dove sei adesso.

Taci con il coraggio che ti manca.

E con lo stesso coraggio parla al silenzio della morte, del viaggio, del sole che ti spaventa ed eccita.

Il silenzio che non spaventa solo l’incoscienza dei saggi e

degli innocenti.

Il piacere della condanna, della misericordia negata non ti abbandonerà le dita.

La disperazione non ti consola.

Vengano signori. Venga.

La finitezza. Io l’immagino come un’opera incompiuta. In ciò che manca sta la ricerca, la meraviglia dell’immenso e del normale, l’argomentare concordante, la rabbia che assorda, un cucciolo che ricorda la dolcezza, la distanza e il ritardo. E le domande. Quelle che ammettono e ti chiedono infinite risposte.

Io porto il vino. Sì, ma Hegel?

Ti adoro.

D[2]


[1] Che la nostra vita sia condizionata dall’enorme libertà e dalle possibilità delle scelte che ci sono state date fin da piccoli e’ un’evidenza che andrebbe discussa – e non lo faremo; che la libertà sia una splendida bestia e che tutti ambiscono ad averla nelle proprie scuderie per poterla cavalcare – anche questo non discuteremo; che domare e cavalcare la bestia, immaginiamoci uno splendido puledro, sia difficile non staremo egualmente a discuterlo; che siamo chiamati a cavalcare un puledro indomabile e’ già argomento più attraente da sviscerare; che quella bestia o, se vogliamo, quel puledro, siamo noi stessi e’ affermazione tanto lampante quanto impossibile da affrontare qui: chiedo fiducia.

La libertà ha molte facce, e se di solito ci incantiamo a guardarne il volto suadente e sorridente, quello che ci promette mari e monti; poi la libertà stessa ci chiama a conquistarceli quei mari e quei monti, e spesso son dolori, e spesso malediciamo quell’essere in bilico e quel poter percorrere strade che ci sembrano belle, larghe spaziose e comode sulle prime, e che, tuttavia, si rivelano perlomeno il contrario e soprattutto terribilmente in salita appena mosso il primo passo. E allora?

[2] “Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale”: se lo scrittore ha dimostrato talento, può dirlo con orgoglio diabolico, compiaciuto e sbruffone, e con tono candido. E disarmante. Perché sempre rimarrà il dubbio.

E in fondo che cos’è l’amore se non una menzogna con il massimo grado di realtà? E ogni storia è come quelle sull’origine dell’Universo: nessun testimone, nemmeno indiretto, eppure ci raccontiamo di un’esplosione da cui Tutto ebbe origine, e ci crediamo. Tanto testimoni non ce n’erano. Non a favore né contro.

King David

It will be a working Christmas. But I’m still feeling lucky myself these days.

Alessandro’s shooting a documentary in South India and I’m with him. We met a kid whose name’s Davide Raj: King David. He’s 12 and he’s living in a slum around Madurai, in Tamil Nadu.

His mom makes up him carefully in the morning as a kid deserves, and his brothers and sisters too.

Just the final check is stricter on King David, as he’s the younger one: she combs his rebel forelock and he’s ready to go. He shakes and protests against her a bit, but smiles indeed.

Then King David puts on his shoulder the hammer, a long one, but not as much as he’s, even if he’s not so big, and goes, walking barefoot and wearing his shorts, to break granite in the nearby quarry. Till 6 o’clock, when is almost dark and he’s still willing to play as a kid uses to.

His sisters will be back later from the soap factory, around 7. They are 16 and 17 and work since 4 or 5 years in the same place. There’s another brother, twin to one of the sisters, who’s supposed to be with them: he didn’t go at work today and he’s playing around with the dog. The elder brother is 21 and is at home, he’s unemployed. He had a job in a textile export factory in a District faraway in west Tamil Nadu and was living alone there. His father called him back from the job and home. He then quit, he’d like to go back, but can’t overcome the family’s (father’s) will. He’d asked to come to Italy, with us, I told him to give up the idea; it’s not a good place right now.
I can’t remember their names. I just remember King David.

The sun’s gone now. King David’s father, known as God in the village after his conversion to Christianity, is washing the granite dust and his sweat away, whilst King David’s mother – she’s also just back from the quarry – is back and forth inside out home, possibly preparing the supper. I can feel some excitement around, mainly for the camera nosing around.

The family can cut some 100 small stone pieces per day paid 1 rupee and 37 paise each. A-HUNDRED-AND-THIRTY-SEVEN rupees in total, some 230 cents of a dollar. They’re free, in the other hand. They have no working time to respect, I mean, so they’re free work from 7,30 in the morning till dusk every day, except on Sunday and the festivals. But they are free to work also on Sunday and festival if they desire. That’s flexibility. I guess.

Joe, helping us out with the Tamil language, organizes here with his organization some tuitions for the dropout kids, after they finish at work; he says the quarries belong to the Government of Tamil Nadu and are granted in long-lasting leases to businessmen, with good connections upstairs – ça va sans dire –, who let these families cut the construction material paying them by the piece. In fact you can see sometimes blue and yellow trucks coming down slowly from a sloping track; they load the stones and go. Few days ago one of them had a brakes failure and now it lays down reverse at the bottom of an idling quarry being the target for the kids’ pebble throwing games. The driver is said to be alive.

From above the quarry is surreal. From the bottom it looks the same. No bulldozers working, no machineries. Just men, women and a lot of children, their hammers and chisels pattering the silence, marking the rhythm and spreading echoes all over. I hear the kids calling my name, but it’s not my name. They’re calling King David.

Few Christian families live here, they belong to the Church of South India, protestants of the Union of Anglican Churches. On Christmas they will go to the small church under the Elephant Rock, the holy mountain. The church is a small light green cement and brick house in the middle of an earthy glade, down there, at the end of the slum, little fairway from the last huts, from a village made of poor houses built on the government squatted land with no services, no water, no toilets, no permission. I wouldn’t say they are abusive even though they’re illegal: here 85% of economy could be said hidden according to western standards, but here it’s just informal. So almost nobody needs or asks permissions or registration. What for? Unless should this soil become of some commercial value. Quite unlikely, I’d say.

The pastor comes only the first Sunday of the months. It’s not sure he’ll be here for Christmas, too many requests that day. The faithfuls will gather anyway, as they did last Sunday. They will read the Tamil Holy Bible, will sing and play drums and make noise. It’s all I understood. I’ve been told there are no problems with the Hindus, who have their temple just on the other part of the slum. On the Elephant Rock top there’s a Jain temple too.

There won’t be a midnight Holy Mass or a dinner or celebrations on the 24th. Just a mass (with or without pastor) from 6 am on the 25th, then some celebrations or and some food together – with meat, points out Joe.

Families here don’t work only in the quarry, a massive pit, an abyss running along the whole village, they are busy also in small pots and aluminium factories or in making appalam, crackers, cashew nuts you can find in each and every shops in India. And in every place there are children from 8, maybe 10 years old, on: they can start no sooner they are able to some work. They brake stones, prepare the dough, pack the cracker, cut aluminium foils with heavy machines or just polish steel pots, barehanded and barefoot, using toxic abrasive powder. They dropped out after 4 or 5 years in school. Why did you drop? We need money at home. Would you like to go back to school? We need money at home. I understand the second question was quite meaningless

Madurai is the second largest city in Tamil Nadu, after Chennai, with a million inhabitants, and well known as the Temple City with the Hindu Sri Meenakshi temple visited by many tourists and pilgrims. There are also factories for the local market. Around Madurai there are also some 203 slums like this, with 303,161 inhabitants, mainly migrants coming in the recent decades from the surrounding rural areas and other districts.

King David’s family has the same story of the other 50,000 living in the slums. Why am I talking about King David’s family then?
Alessandro became keen over their Christian religion. About me: my name is Davide.