Re Davide

Sarà un Natale di lavoro. Ma in questi giorni mi invidio lo stesso.

In questi giorni Alessandro sta girando un documentario nel sud dell’India e io lo accompagno. Abbiamo conosciuto un bambino di nome Davide Raj (Re Davide). Ha dodici anni. Vive in uno slum di Madurai, in Tamil Nadu.

La mamma lo prepara di tutto punto la mattina, e con la cura che merita, e non trascura gli altri quattro fratelli e sorelle.

La revisione finale per Re Davide e’ più accurata perché e’ il più piccolo: gli aggiusta il ciuffo ribelle ed e’ pronto. Lui protesta un po’, ma ride.

Poi Re Davide prende il suo martello, lungo, ma non quanto lui che pure e’ piuttosto minuto, e se ne va a piedi nudi e calzoncini a spaccare il granito nella cava che sta poco lontano. Fino alle sei di sera, quando e’ buio e ha ancora voglia di giocare.

Le due sorelle torneranno più tardi dalla fabbrica di sapone, alle sette. Hanno sedici e diciassette anni e lavorano da circa quattro o cinque. L’altro fratello, gemello di una delle due, gioca con il cane: non e’ andato a lavorare. Il fratello maggiore, di ventuno anni, e’ disoccupato. Lavorava come supervisore in una fabbrica di magliette per l’export in un distretto più a ovest e viveva da solo, ma la famiglia non vuole. Vorrebbe tornare in fabbrica, ma non sa come convincere il padre. Oppure venire in Italia con noi, ma gli ho detto che non e’ un buon momento.

Il sole e’ tramontato. Il papa’, soprannominato Dio dopo la sua conversione al cristianesimo, si sta lavando via il il granito e il sudore, mentre la mamma, anche lei di ritorno dalla cava, entra ed esce dalla casa: probabilmente sta preparando la cena. La nostra presenza e la telecamera creano un po’ di eccitazione.

Tutta la famiglia e’ in grado di estrarre circa cento piccoli blocchi di granito al giorno per 1,37 rupie al pezzo. In tutto fanno 137 rupie al giorno (due euro e dieci circa). Pero’ sono liberi, nel senso che non hanno orari. O meglio vanno avanti dalle sette e mezzo del mattino finché c’è luce.

Joe, che ci accompagna e traduce dal tamil, con la sua associazione organizza qui corsi serali dopo-lavoro per i bambini che hanno abbandonato la scuola; mi dice che le cave appartengono allo stato del Tamil Nadu, che le da’ in concessione a uomini d’affari, di solito ammanicati, i quali permettono alle famiglie che abitano qui di estrarre il granito da costruzione, pagandole a cottimo. Ogni tanto arrivano camion che caricano e se ne vanno. Qualche giorno fa sono saltati i freni a uno dei bilici, che adesso se ne sta fracassato in fondo a una delle cave inattive e fa da bersaglio ai lanci di pietre dei bambini. Sembra che il guidatore si sia salvato.

Dall’alto la cava mi sembra surreale, esattamente come dal basso. Non ci sono ruspe o altre macchine. Solo uomini, donne e bambini con martelli e scalpelli a picchiettare in fondo ad un’enorme buca lunga duecento metri, larga un centinaio e profonda una ventina. Molti chiamano il mio nome, ma e’ non veramente il mio. Chiamano Re Davide.

Le poche famiglie cristiane dello slum seguaci della Church of South India (CSI – Chiesa del Sud India), di rito protestante appartenete all’Unione delle Chiese Anglicane, a Natale andranno in chiesa, una casetta di cemento dipinta verde chiaro e in mezzo al nulla sotto la Roccia dell’Elefante, una montagna sacra. La chiesa si trova in una radura alla fine del villaggio abitato da circa 500 famiglie, fatto di molte baracche e povere case in muratura, costruite abusivamente su terra governativa senza nessun servizio e senza che nessuno se ne curi. A dire il vero il termine abusivo e’ fuori luogo da queste parti dove per esempio l’economia sommersa non esiste perché si chiama informale e coinvolge l’85% della popolazione, dove nessuno fa caso ai permessi alle licenze e dove nessuno si occuperà di quella terra finché non assumerà qualche valore commerciale – evento improbabile.

Il prete viene solo la prima domenica del mese e non e’ sicuro che arrivi per Natale: troppe richieste in quel giorno. I fedeli si riuniranno comunque, come hanno domenica scorsa; mal che vada leggeranno la bibbia in Tamil, canteranno, suoneranno i tamburi e faranno baccano. E’ tutto quello che sono riuscito a capire. Mi hanno detto che non hanno mai avuto problemi di convivenza gli indù che costituiscono la stragrande maggioranza e che hanno un tempio non molto distante. Sulla sommità della roccia dell’elefante c’è un tempio Jainista, una delle molte religioni-filosofie indiane. Qui non si prevedono la messa di mezzanotte ne’ il cenone. Il venticinque dicembre ci sarà una celebrazione alle sei del mattino, poi una festa e un pranzo comune.

Le famiglie non lavorano solo nella cava che fa più impressione perché e’ una voragine che corre sul lato delle abitazioni, ma pure nelle fabbriche di pentolame e dell’alluminio, nella preparazione degli appalam e altri stuzzichini che si trovano in tutti i negozietti indiani lungo le strade che percorro spesso. In tutte queste fabbriche e laboratori lavorano bambini dagli otto/dieci anni in su: appena sono in grado di fare qualcosa. Spaccano pietre, preparano la pasta da friggere o impacchettano i salatini oppure tagliano le lamine alluminio o lucidano le pentole con polveri abrasive, a piedi nudi e senza alcuna protezione. Hanno smesso di andare a scuola dopo i primi 4 o 5 anni. Perché hai smesso? Servono soldi a casa. Torneresti a scuola? Servono soldi a casa. Come a dire che la seconda domanda non aveva molto senso.

Madurai e’ la seconda città del Tamil Nadu, dopo la capitale Chennai, con un più’ milione di abitanti ufficiali e famosa come Temple City, per via del tempio indù di Sri Meenakshi, uno dei più famosi dell’India. E’ meta di turismo e pellegrinaggi e sede di industrie manifatturiere soprattutto per il mercato locale. Intorno a Madurai ci sono 203 slums come questo, con circa 303 mila abitanti che si sono ammassati negli ultimi decenni in diverse ma costanti ondate migratorie, provenienti principalmente dalle zone rurali dei distretti circostanti.

La famiglia di Re Davide ha una storia molto simile a quella delle circa 50 mila famiglie che vivono in condizioni simili. Alessandro si e’ incuriosito perché e’ una famiglia cristiana, io perché mi chiamo Davide. Cose non proprio comuni da queste parti.

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