I.L’uomo con la valigia

L’uomo con la valigia aveva il dubbio preparatorio.
L’uomo con la valigia vuole avere tutto in caso di necessità. Non sa bene di cosa ha bisogno. Deve partire oggi e tornare un giorno oppure un altro, per ripartire subito per l’altra parte del mondo. Forse. Non è sicuro. Non sa. Proprio per questo deve mettere dentro più cose possibile. All’evenienza. O forse dovrebbe metterne il meno possibile perché portarsi appresso la valigia pesante (le valigie pesanti) è una scocciatura. “E se mentre corro affannato per non perdere il treno, l’autobus, l’aereo (non il taxi, è evidente: ché la comodità si paga con uno sconto sull’ansia e sull’orologio che lavora contro di te)? O forse dovrebbe comporre una valigia scientifica – prove ed errori e successive approssimazioni, la valigia asintotica, per così dire – oppure moralizzata, scegliendo una soluzione mediana. L’uomo con la valigia esercita il giudizio e valuta, ripensa e pondera. Butta tutto dentro e abbandona, passa ad altro ritorna, ci ripensa. Ricomincia. Va per sottrazione. Poi i libri e altri ammennicoli, tanto inutili quanto vitali.
Presa la decisione l’uomo con la valigia parte, sollevato più dal non dover rimettere mano alla mirabile composizione di necessità, necessitato, superfluo – ma indispensabile – e dubbio inestinguibile, che per la partenza.
Comunque: quel che è fatto è fatto, l’ineluttabilità ha l’indubbia capacità di sollevarci da noi stessi.
Non va proprio così, torna alla base tra una partenza e l’altra, deve rimettere mano a ciò che credeva definitivo. L’uomo con la valigia toglie e aggiunge: questo sì, questo no, controlla le tasche e gli interstizi.
E riparte.

Come i naufraghi sull’isola deserta guardano le onde del mare sperando che questo gli porti in dono qualche frammento della vita che sembra irrimediabilmente perduta, gli aggeggi, la tecnologia di cui non sanno fare a meno, di cui sono parte (di cui solo da poco si sono resi conto che sono parte e non viceversa), da cui dipendono; come i naufraghi che sperano che le onde siano così magnanime da restituire un pezzetto della vita che fu, così l’uomo con la valigia scoprì insperato, in un anfratto magico perché muto a ogni altra precedente richiesta, supporti Cd-rom contenenti file musicali. Musica per spezzare quel silenzio pesante e scandaloso come l’aria calda e umida di quella parte poco meno che desertica dell’isola dell’oceano indiano posta al sommo di China Bay.
L’uomo con la valigia (le valigie) aveva un computer pieno di rimedi al silenzio, avrebbe potuto combatterlo per mesi interi, ma il computer s’era chiamato assente quasi da subito e ormai da alcuni giorni.
Questo ci porta a diversi ordini di considerazioni.
Non avrebbe dovuto avere con sé supporti musicali dato che aveva migliaia di file musicali salvati nel computer esattamente per rispondere al criterio dell’efficienza e completezza dell’arte della composizione della valigia (delle valigie): primo perché era inutile, secondo perché i supporti costituivano un appesantimento del tutto superfluo; la ricerca si connotava in realtà come una lieve forma d’isteria da smarrimento multimediale, tanto più che la composizione scientifica della valigia lo avrebbe dovuto portare a concludere sull’inutilità della ricerca stessa prima ancora che sullo scontato fallimento.
E invece.
L’uomo con la valigia festeggiò, insieme all’architetto suo compagno di sventura, la vittoria sulla noia e il silenzio. La storia ci dirà che il lieve stato di euforia che seguì fu breve e passeggero; quando si ritirò, seguì un disagio amplificato che andò scemando per ricondurre i malcapitati allo stato sostanzialmente atono precedente.

Tuttavia e per completezza, i supporti che avevano riacceso lo sguardo dell’uomo con la valigia e del suo compare contenevano la vecchia musica – per dirlo con espressione convenzionale: “album” – di un gruppo musicale inglese che era stato famosissimo – e ancora lo era, anche se appariva chiaro, a quell’epoca, che, pur avendo fornito prova di ampia e feconda vena artistica, tale vena si era si era progressivamente inaridita – e di due cantautori italiani, l’uno vivente, ancorché vetusto, nel momento in cui scriviamo, l’altro deceduto ormai da molti anni: Francesco De Gregori e Fabrizio De Andrè. Sulla loro vena artistica e raffinatezza musicale – entrambi con una carriera trentennale alle spalle – possiamo dare un giudizio attenendoci alle opinioni di appassionati e critici dell’epoca. Sul talento del primo non si discuteva, tuttavia sulla riuscita di alcune opere pubblico e critica non erano così granitici nel giudicare; sembra invece che il giudizio su Fabrizio De André, solo in lieve parte complice la precoce scomparsa, che sappiamo disperde almeno un poco la voce dei detrattori, sembra piuttosto unanime e all’insegna della positività decisa. Pare anzi che la vena artistica di questo cantautore, che sempre si era definito anarchico, fosse tutt’altro che vicina all’estinzione e che inoltre le capacità liriche, tecniche e di sperimentazione andassero incrementandosi e raffinandosi.
Aggiungiamo che i due cantautori erano tra quelli in assoluto preferiti dall’uomo con la valigia, insieme ad alcuni altri che tralasceremo per brevità e per l’inessenzialità del discorso che si presenterebbe. Anche il gruppo inglese dei Pink Floyd, era questo il nome precedentemente tralasciato, piaceva all’uomo con la valigia. Ma nemmeno su questo versante ci dilunghiamo: anche in questo caso porteremmo nocumento al prosieguo del racconto dei fatti che realmente ci interessano.

Tralasciamo adesso gli aspetti psicologici del ritrovamento riscontrati sui due “naufraghi” in relazione alla condizione stessa di naufraghi per concentrarci invece sugli effetti che l’ascolto della traccia audio numero 14 del supporto contenente la musica dei cantautori ebbe sulla memoria e sulla psicologia dell’uomo della valigia, in relazione ad alcuni avvenimenti che si sarebbero succeduti di lì a breve e che avrebbero coinvolto una persona, fino a qui non menzionata, che comunque meritano senz’altro di essere citati. Non diremo il nome di questa persona, ma il prosieguo della lettura dimostrerà la necessità di affrontare il discorso e il particolare legame tra l’uomo con la valigia e questa novella innominata. Avrete capito che “novella innominata” non è solo l’espressione concordante con il genere femminile di “persona”(la lingua italiana non possiede il genere neutro, genere al quale il termine può sicuramente essere ricondotto), ma ci svela anche che la “persona”, appunto, di cui si parla, appartiene al genere femminile – tuttavia non riteniamo di spingerci oltre, lasciando al lettore la libertà di congetturare o meno.
Dunque, la traccia numero 14 era intitolata “Se ti tagliassero a pezzetti”. Mentre l’uomo con la valigia l’ascoltava, seduto al computer a lavorare – abbiamo forse dimenticato di specificare che il computer dell’architetto era perfettamente funzionante ma scevro di file musicali, prima del fortunoso e inaspettato ritrovamento dei due supporti audio – gli balenò che quella canzone, oltre a essere indubbiamente una delle sue favorite, benché il senso, o quantomeno la funzione, che le aveva attribuito ai primi ascolti fosse molto diverso da quello che l’autore stesso le aveva attribuito [Omissis]*, costituiva uno dei ricordi comuni che aveva iniziato a stabilire un profondo legame tra lui e la nostra innominata.
La situazione: la fine di una festicciola di studenti universitari. Non conosciamo esattamente il motivo, e ci asteniamo dal lanciarci nella formulazione di estenuanti ipotesi, perché la questione non appare sostanziale per i nostri scopi, ma l’uomo con la valigia canticchiò le prime strofe all’orecchio dell’innominata, producendo in lei meraviglia per la bellezza delle stesse e per l’infinita dolcezza che queste le suscitavano. Ma la meraviglia era anche dovuta all’ignoranza di una canzone così bella e per di più di un autore che già ella apprezzava e poteva dire di conoscere bene piuttosto che il contrario.
L’uomo con la valigia non ricordava, mentre le dita saltellavano sui tasti, se in quel momento comunicò o fosse già a conoscenza della differenza tra il senso apparente e la funzione della canzone nel contesto originale. Per l’esattezza non ricordava neanche se a quel tempo fosse o meno cosciente di questa verità oppure no. Ricordava, tuttavia, che in successive occasioni, i due avevano discusso della polivocità semantica e, più ingenerale della relazione tra contesto e senso, senza tralasciare le conseguenze positive e negative del fraintendimento, del tradimento bonario delle intenzioni, della storia degli effetti e ricordato il primo ascolto.

Possiamo certamente affermare che la traccia di cui ci stiamo occupando da qualche rigo aveva un significato particolare per l’uomo con la valigia e per la nostra innominata, legato a vicende esistenziali, a ricordi di varia intensità, tono e interpretazione – fenomeno peraltro, tutt’altro che raro in giovane età – oltre che a un comune giudizio estetico.

Mentre ascoltava alcune strofe, non ne era sicuro, ma dovevano essere pressappoco le stesse che egli le aveva cantato quella volta, ebbe la tentazione di riscriverle apportando alcuni cambiamenti e di inviargliele a mo’ di inboccallupo.

Quando ci incontrammo, dopo anni, l’uomo con la valigia – in quel momento l’aveva ancora, e questo amplifica la fortuità dell’incontro – mi raccontò di un periodo della sua vita passato su un’isola dell’oceano indiano, in cui, pur non essendolo, si era sentito come un naufrago, lui, la sua valigia (le sue valigie) e un architetto. Mi raccontò di una persona cui teneva molto e che gli era vicina pur a migliaia di chilometri di distanza.
Prima di salutarci mi canticchiò quelle strofe.
Non l’avrei più rivisto – ne ero sicuro – né dimenticato.
Per questo ve le propongo, sperando che la memoria non mi stia tradendo più del lecito:

Quando ti taglieranno a pezzetti
Il vento li raccoglierà
Il regno dei ragni cucirà la pelle
E la luna tesserà i capelli e il viso
E il polline di dio
di dio il sorriso

E non aspetterò domani per avere nostalgia
signora libertà
signorina fantasia
così preziosa come il vino
così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbio e di bellezza

A suivre .

*Per approfondire la questione annosa della relazione tra il contesto e il senso, consigliamo il lettore di ascoltare l’intero album F.De Andrè, Storia di un impiegato, Edizioni Musicali Emi, 1972. e dedicare un minuto di silenzio alla memoria delle vittime del cinismo che alberga in qualche modo e sotto varie forme in tutti gli animi umani, e non sono da escludersi angeli, demoni, dei, dee e cortigiani ed ex (per fortuna e a prescindere) presidenti del consiglio.

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