un burocrate di campagna

Mentre oggi cercavo di spiegare a un burocrate di campagna imbellettato d’oro nelle mani e nei denti che le scuole che avremmo riparato o ricostruito nel suo territorio erano tutte scuole musulmane solo per un caso, solo perchè la lista che ci avevano fornito era così composta; mentre lui insisteva a per darmi una lista di scuole tamil e singalesi; mentre io gli spiegavo che non ci interessa affatto l’etnia, l’appartenenza politica o religiosa, non ci interessa se le persone che aiutiamo sono alte o nere, basse o di sinistra, marziane, basse, musulmane, credono in dio o in allah o alla ripresa economica (licenza poetica); mentre dicevo tutto questo in inglese con una proprietà di linguaggio quasi sconosciuta; mentre sudavo per il caldo appiccicaticcio; mentre cercavo di mettere in fila concetti, mentre we care only the human kind and the humans in needs (ci interessa solo l’umanità e l’umanità bisognosa); mentre mentre mentre, ho scoperto in me – in me – la foga e l’accaloramento mi sono immaginato prendere il tizio per il colletto della camicia ingiallita ed esausta, fissarlo negli occhi e gridare con tutta la dolcezza di cui sono capace: “fottuto piccolo buracrate del cazzo, sono qui, non so cosa combinerò, ma non me ne fotte un cazzo di merda se sei un tamil del cazzo o preghi allah, gesù, l’indice Mibtel o Rah, se fai digiuni rituali il martedì mattina se è nuvoloso o se giovedì gnocchi o il cazzo che ti pare, ma di sicuro “considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca”, figurati la tua brutta faccia del cazzo.

Avrei voluto baciarlo.

Fottuto burocrate di campagna.

Adesso mi siedo e mi calmo. Riprendo fiato. Beh, ci credevo, ci ho creduto, ci credo. Gli ho detto cose che non so se sono vere fino in fondo, cose banali, cose esagerate. La mia enfasi, la mia energia erano concentrate a trasmettere il mio credo variamente coniugato. Le mie parole sono state calme e rassicuranti. Non so se mi ha creduto. Non so.

Ma ci ho creduto. Io e creduto nella stessa frase senza negazioni grammaticali, esistenziali, senza ironie. Come una tentazione. Sensuale e di pancia. Irresistibile come dirti che mi manchi. La prima vera tentazione.

Nella mia scatola niente ancora. Non ho la scatola. Forse l’inattività, la mancanza di birra.

Ho l’impressione anch’io, ma il merito è tuo, di aver scritto di aver scritto righe poetiche. Ma non le ricordo bene: il tuono, le cornacchie, il silenzio, il tempo. Grazie, grazie davvero. Conservale nella tua scatola. In questo momento sono qui, a Kinniya, non so per quanto ancora, ma vorrei essere quella porta chiusa per osservare chi entra e chi chiede: “posso entrare?” A Trincomalee, tra la vitalità affastellata a caso nelle vie lievemente nauseanti, trovi birra, qualche rifugio per vacanzieri, trovi templi che dominano dall’alto, sacchetti di plastica circondati da immondizia e trovi sacchetti di sabbia a forma di trincea stanziale e insieme provvisoria, amatoriale. I poliziotti che ci stanno davanti (non dietro) ci fermano ogni tanto chiedendo i documenti all’autista e facendo gran sorrisi alla nostra faccia bianca e alla bandiera italiana. Ci fermano così, stancamente, segnano qualcosa e poi ci lasciano andare. Questione di un paio di minuti. Le poliziotte, vestite dell’obbrobrioso verde militare che accomuna i soldati di tutto il mondo, indossano una gonna assassina al ginocchio (la vittima ovviamente è la femminilità) e delle scarpe nere con il tacco e decisamente anonime. Ciò che mi colpisce non è l’abbigliamento, non c’è niente di notevole, ma i calzini corti. Al primo posto di blocco la ragazza ha i pedalini che fanno pendant con la divisa, al secondo posto di blocco l’ufficiale ha i calzini neri. Che sia un segno distintivo? Dei gradi? Una decorazione per essersi distinte in combattimento? Per il resto, i soldati, approssimativamente uno ogni dieci metri, bardati come sono di mitra e giubbotto antiproiettile mimetico, sembrano in pericolo di morire di caldo o noia. Hanno uno sguardo di chi non sa come passare il tempo e combattere i piedi cementati in anfibi a una temperatura media di 30 gradi abbondanti. Sono a disagio. Tuttavia ricordo pochi momenti nella mia vita in cui non lo sono stato. Comunque ricordarli, lo sai bene, mi mette a disagio. In questo momento tu sei il mio ripieno. Prima è stata la tentazione di esistere. Anche un’altra volta (almeno una) ricordo di averla avvertita distintamente spingere e scalciare. Non ricordo dove né quando, ma è accaduto.

Ti penso, ma in quel momento ti penserò più forte. Vado a letto, vado a leggere, ne ho il tempo e la voglia.

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