tredici marzo.

Ascoli tredici marzo.
Seduto, gambe penzoloni.
Apro un libro. È il primo che abbia mai acquistato in un centro commerciale.
Me ne pento come se fosse importante.
Non leggo, scrivo.

“Ascoli 13 marzo 2002”
Lei è dove io vorrei essere;
proprio adesso che io
sono qui. Qui dove?
Già, qui dove. Qui, e
dove dovrei essere se non
qui?
Esattamente dove è dove, dove lei.
Esattamente dove.
Esattamente è.
Esattamente lei.

(E rido. Un vecchio
con il bastone passa lento,
e così ha il tempo di pensare
che sono scemo. Mi guarda
e vorrebbe ridere. Ma io so perché
ride. Lui non sa perché lo stia
facendo io. O forse ride perché gli ricordo
qualcuno che da giovane avrebbe voluto essere
dove lei era. O forse ride perché ho sulle
spalle uno zainetto ridicolo. A meno di non avere
sette anni.
Il parcheggiatore mi guarda perplesso
Il parcheggiatore mi guarda perplesso
Il parcheggiatore mi guarda perplesso.
Io guardo il parcheggiatore. Al quarto
passaggio non gli desto più interesse. Ha altro
da fare.
La signora imbalsamata mi guarda di sottecchi.
Muove solo gli occhi e lievemente il viso.
Sarà il peso del trucco o quell’aria di sufficienza
l’avrebbe anche se fosse acqua e sapone?
La signora non è mai stata acqua e
sapone. Al massimo acqua e cerone.
Questa è carina. Una modella, se avesse
appena sette centimetri in più di femori e tibie.
Sento il rimpianto nel ticchettio regolare e
cadenzato dei suoi passi, dei suoi tacchi.
Cammina con il tronco fisso, la testa fissa.
Si muovono solo le anche e piedi seguono
un filo immaginario, un filo di equilibrista. Lei
è sospesa sul quel filo. I piedi sospesi sul
filo di equilibrista. La ragazza non cammina,
sta sfilando. Sta sfilando per il suo pubblico.
E non lo sa. Se mi rivolgesse lo sguardo
lo saprebbe. Forse, sicuramente lo spera. Ma
la modella è algida per contratto anche se non
ha firmato mai un contratto, anche se
non firmerà mai autografi. Sta sfilando per me.
Sfila da quando le hanno detto in molti
(“in tutti!”, mi urla il suo ego) che è bella e che se
fosse..e se non fosse…, sì però che peccato!
Ora ha un pubblico. Ora ha me. E non lo sa. Del
resto, le modelle guardano da sempre dritto davanti.
Non si abbassano a guardare sotto il livello del
loro sguardo, dei loro occhi. Come se davanti non ci
fosse nulla e nessuno, come se davanti non ci fosse
nessuna parete, solo vuoto e ammirazione.
Invece il pubblico vorrebbe vedere gli occhi.
Cioè io avrei voluto vederle gli occhi.
Ma devo accontentarmi dei glutei.

Ora mi guarda un bimbo. Ora nessuno.

Qualcuno è incuriosito da quello che scrivo.
E cerca di sbirciare.

Ma non il militare. Ma non il militare in
mimetica: sguardo diritto e fiero.
Ma non è una modella. Neanche con
quattordici centimetri di femori e tibie in più lo
sarebbe. E la mimetica (sia ringraziato qualcuno,
chiunque) nasconde i suoi glutei.

(“Signora, è inutile che mi guardi”)
La signora (una era volta bella) è annunciata e ampiamente
preceduta dal suo profumo, dolce, stomachevole e ‘abbondante’ (virgolettato di eufemismo; avrei potuto scrivere: sic!). La sento prima di vederla. La sento a venti metri.
Un po’ sarà che sono sottovento. “Ma se fossi un
predatore e lei una preda non avrebbe scapo”, penso, “neanche se
avessi il raffreddore della vita”.

“Che ora è?”, mi chiede un altro.
“Le quattro e tre quarti”.
“Grazie”, mi sorride.
“Grazie a te”, e sorrido.
(…)(…)
(…)
(…)(…)
(…)
(…)(…)
(…)
(…) (…)
(…)
(…)(…)
(…)
(…)(…)(…)(…)(…)(…)
(…)
(…)(…)
(…)
(…)
(…)
(Lo spazio vuoto sopra, pieno di sospensioni, è dedicato all’identità.
Due vigili urbani mi hanno chiesto i documenti. Ho
dato loro la patente e non ho neanche chiesto il
perché. Un tempo mi sarei incazzato. Inalberato.
Indignato. Perché poi?)

Due ragazzi di colore hanno fermato la ragazza
che sta passando ora per venderle Cd, o solo
per infastidirla. Sono un po’ insistenti e la ragazza si divincola.
Infastidita.
I due ragazzi hanno raggiunto almeno uno dei loro scopi.
A me non rivolgono lo sguardo.
Il negozio di elettrodomestici ormai sarà aperto. Me ne vado.
Lo spettacolo è finito. Lo spettacolo dei passanti è finito.
Il pubblico se ne va. Salto giù dal muretto.

Quello che ho scritto è inutile perché me ne ricorderò sempre.
Se non lo avessi scritto sarebbe passato.
Non me ne sarei nemmeno accorto.
Passato e scomparso. O mai apparso. Coscienza altrove impegnata. Passanti non pervenuti.
Forse.

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