Sondesto

un burocrate di campagna

24/08/2005 · Leave a Comment

Mentre oggi cercavo di spiegare a un burocrate di campagna imbellettato d’oro nelle mani e nei denti che le scuole che avremmo riparato o ricostruito nel suo territorio erano tutte scuole musulmane solo per un caso, solo perchè la lista che ci avevano fornito era così composta; mentre lui insisteva a per darmi una lista di scuole tamil e singalesi; mentre io gli spiegavo che non ci interessa affatto l’etnia, l’appartenenza politica o religiosa, non ci interessa se le persone che aiutiamo sono alte o nere, basse o di sinistra, marziane, basse, musulmane, credono in dio o in allah o alla ripresa economica (licenza poetica); mentre dicevo tutto questo in inglese con una proprietà di linguaggio quasi sconosciuta; mentre sudavo per il caldo appiccicaticcio; mentre cercavo di mettere in fila concetti, mentre we care only the human kind and the humans in needs (ci interessa solo l’umanità e l’umanità bisognosa); mentre mentre mentre, ho scoperto in me – in me – la foga e l’accaloramento mi sono immaginato prendere il tizio per il colletto della camicia ingiallita ed esausta, fissarlo negli occhi e gridare con tutta la dolcezza di cui sono capace: “fottuto piccolo buracrate del cazzo, sono qui, non so cosa combinerò, ma non me ne fotte un cazzo di merda se sei un tamil del cazzo o preghi allah, gesù, l’indice Mibtel o Rah, se fai digiuni rituali il martedì mattina se è nuvoloso o se giovedì gnocchi o il cazzo che ti pare, ma di sicuro “considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca”, figurati la tua brutta faccia del cazzo.

Avrei voluto baciarlo.

Fottuto burocrate di campagna.

Adesso mi siedo e mi calmo. Riprendo fiato. Beh, ci credevo, ci ho creduto, ci credo. Gli ho detto cose che non so se sono vere fino in fondo, cose banali, cose esagerate. La mia enfasi, la mia energia erano concentrate a trasmettere il mio credo variamente coniugato. Le mie parole sono state calme e rassicuranti. Non so se mi ha creduto. Non so.

Ma ci ho creduto. Io e creduto nella stessa frase senza negazioni grammaticali, esistenziali, senza ironie. Come una tentazione. Sensuale e di pancia. Irresistibile come dirti che mi manchi. La prima vera tentazione.

Nella mia scatola niente ancora. Non ho la scatola. Forse l’inattività, la mancanza di birra.

Ho l’impressione anch’io, ma il merito è tuo, di aver scritto di aver scritto righe poetiche. Ma non le ricordo bene: il tuono, le cornacchie, il silenzio, il tempo. Grazie, grazie davvero. Conservale nella tua scatola. In questo momento sono qui, a Kinniya, non so per quanto ancora, ma vorrei essere quella porta chiusa per osservare chi entra e chi chiede: “posso entrare?” A Trincomalee, tra la vitalità affastellata a caso nelle vie lievemente nauseanti, trovi birra, qualche rifugio per vacanzieri, trovi templi che dominano dall’alto, sacchetti di plastica circondati da immondizia e trovi sacchetti di sabbia a forma di trincea stanziale e insieme provvisoria, amatoriale. I poliziotti che ci stanno davanti (non dietro) ci fermano ogni tanto chiedendo i documenti all’autista e facendo gran sorrisi alla nostra faccia bianca e alla bandiera italiana. Ci fermano così, stancamente, segnano qualcosa e poi ci lasciano andare. Questione di un paio di minuti. Le poliziotte, vestite dell’obbrobrioso verde militare che accomuna i soldati di tutto il mondo, indossano una gonna assassina al ginocchio (la vittima ovviamente è la femminilità) e delle scarpe nere con il tacco e decisamente anonime. Ciò che mi colpisce non è l’abbigliamento, non c’è niente di notevole, ma i calzini corti. Al primo posto di blocco la ragazza ha i pedalini che fanno pendant con la divisa, al secondo posto di blocco l’ufficiale ha i calzini neri. Che sia un segno distintivo? Dei gradi? Una decorazione per essersi distinte in combattimento? Per il resto, i soldati, approssimativamente uno ogni dieci metri, bardati come sono di mitra e giubbotto antiproiettile mimetico, sembrano in pericolo di morire di caldo o noia. Hanno uno sguardo di chi non sa come passare il tempo e combattere i piedi cementati in anfibi a una temperatura media di 30 gradi abbondanti. Sono a disagio. Tuttavia ricordo pochi momenti nella mia vita in cui non lo sono stato. Comunque ricordarli, lo sai bene, mi mette a disagio. In questo momento tu sei il mio ripieno. Prima è stata la tentazione di esistere. Anche un’altra volta (almeno una) ricordo di averla avvertita distintamente spingere e scalciare. Non ricordo dove né quando, ma è accaduto.

Ti penso, ma in quel momento ti penserò più forte. Vado a letto, vado a leggere, ne ho il tempo e la voglia.

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tredici marzo.

29/04/2003 · Leave a Comment

Ascoli tredici marzo.
Seduto, gambe penzoloni.
Apro un libro. È il primo che abbia mai acquistato in un centro commerciale.
Me ne pento come se fosse importante.
Non leggo, scrivo.

“Ascoli 13 marzo 2002”
Lei è dove io vorrei essere;
proprio adesso che io
sono qui. Qui dove?
Già, qui dove. Qui, e
dove dovrei essere se non
qui?
Esattamente dove è dove, dove lei.
Esattamente dove.
Esattamente è.
Esattamente lei.

(E rido. Un vecchio
con il bastone passa lento,
e così ha il tempo di pensare
che sono scemo. Mi guarda
e vorrebbe ridere. Ma io so perché
ride. Lui non sa perché lo stia
facendo io. O forse ride perché gli ricordo
qualcuno che da giovane avrebbe voluto essere
dove lei era. O forse ride perché ho sulle
spalle uno zainetto ridicolo. A meno di non avere
sette anni.
Il parcheggiatore mi guarda perplesso
Il parcheggiatore mi guarda perplesso
Il parcheggiatore mi guarda perplesso.
Io guardo il parcheggiatore. Al quarto
passaggio non gli desto più interesse. Ha altro
da fare.
La signora imbalsamata mi guarda di sottecchi.
Muove solo gli occhi e lievemente il viso.
Sarà il peso del trucco o quell’aria di sufficienza
l’avrebbe anche se fosse acqua e sapone?
La signora non è mai stata acqua e
sapone. Al massimo acqua e cerone.
Questa è carina. Una modella, se avesse
appena sette centimetri in più di femori e tibie.
Sento il rimpianto nel ticchettio regolare e
cadenzato dei suoi passi, dei suoi tacchi.
Cammina con il tronco fisso, la testa fissa.
Si muovono solo le anche e piedi seguono
un filo immaginario, un filo di equilibrista. Lei
è sospesa sul quel filo. I piedi sospesi sul
filo di equilibrista. La ragazza non cammina,
sta sfilando. Sta sfilando per il suo pubblico.
E non lo sa. Se mi rivolgesse lo sguardo
lo saprebbe. Forse, sicuramente lo spera. Ma
la modella è algida per contratto anche se non
ha firmato mai un contratto, anche se
non firmerà mai autografi. Sta sfilando per me.
Sfila da quando le hanno detto in molti
(“in tutti!”, mi urla il suo ego) che è bella e che se
fosse..e se non fosse…, sì però che peccato!
Ora ha un pubblico. Ora ha me. E non lo sa. Del
resto, le modelle guardano da sempre dritto davanti.
Non si abbassano a guardare sotto il livello del
loro sguardo, dei loro occhi. Come se davanti non ci
fosse nulla e nessuno, come se davanti non ci fosse
nessuna parete, solo vuoto e ammirazione.
Invece il pubblico vorrebbe vedere gli occhi.
Cioè io avrei voluto vederle gli occhi.
Ma devo accontentarmi dei glutei.

Ora mi guarda un bimbo. Ora nessuno.

Qualcuno è incuriosito da quello che scrivo.
E cerca di sbirciare.

Ma non il militare. Ma non il militare in
mimetica: sguardo diritto e fiero.
Ma non è una modella. Neanche con
quattordici centimetri di femori e tibie in più lo
sarebbe. E la mimetica (sia ringraziato qualcuno,
chiunque) nasconde i suoi glutei.

(“Signora, è inutile che mi guardi”)
La signora (una era volta bella) è annunciata e ampiamente
preceduta dal suo profumo, dolce, stomachevole e ‘abbondante’ (virgolettato di eufemismo; avrei potuto scrivere: sic!). La sento prima di vederla. La sento a venti metri.
Un po’ sarà che sono sottovento. “Ma se fossi un
predatore e lei una preda non avrebbe scapo”, penso, “neanche se
avessi il raffreddore della vita”.

“Che ora è?”, mi chiede un altro.
“Le quattro e tre quarti”.
“Grazie”, mi sorride.
“Grazie a te”, e sorrido.
(…)(…)
(…)
(…)(…)
(…)
(…)(…)
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(…)
(…)(…)
(…)
(…)(…)(…)(…)(…)(…)
(…)
(…)(…)
(…)
(…)
(…)
(Lo spazio vuoto sopra, pieno di sospensioni, è dedicato all’identità.
Due vigili urbani mi hanno chiesto i documenti. Ho
dato loro la patente e non ho neanche chiesto il
perché. Un tempo mi sarei incazzato. Inalberato.
Indignato. Perché poi?)

Due ragazzi di colore hanno fermato la ragazza
che sta passando ora per venderle Cd, o solo
per infastidirla. Sono un po’ insistenti e la ragazza si divincola.
Infastidita.
I due ragazzi hanno raggiunto almeno uno dei loro scopi.
A me non rivolgono lo sguardo.
Il negozio di elettrodomestici ormai sarà aperto. Me ne vado.
Lo spettacolo è finito. Lo spettacolo dei passanti è finito.
Il pubblico se ne va. Salto giù dal muretto.

Quello che ho scritto è inutile perché me ne ricorderò sempre.
Se non lo avessi scritto sarebbe passato.
Non me ne sarei nemmeno accorto.
Passato e scomparso. O mai apparso. Coscienza altrove impegnata. Passanti non pervenuti.
Forse.

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